<<Come faccio a sapere che lei non è il diavolo?>> chiede Alba Rohrwacher, nei panni di una dolce suora che non sente più Dio, a un personaggio senza nome con il volto di Valerio Mastandrea. <<Non lo può sapere>> le risponde. Un individuo serio, misterioso, costantemente seduto allo stesso tavolino del The Place, un bar che ha scelto come suo posto di lavoro. Ma quale lavoro? Mastandrea “realizza desideri”: niente di misericordioso o altruista, perchè il prezzo che chiede ai suoi clienti è altissimo. Ognuno di loro deve portare a termine un compito particolare: il ragazzo cieco (Alessandro Borghi) che vuole riacquistare la vista deve stuprare una donna, l’anziana (Giulia Lazzarini) che desidera che il marito si liberi dal mostro dell’Alzhehimer deve organizzare un attentato, il padre disperato (Vinicio Marchioni) per salvare il figlio da una brutta malattia deve uccidere una bambina.

È l’insolita trama di The Place, il nuovo film di Paolo Genovese che dopo lo strabiliante successo di Perfetti Sconosciuti si cimenta in una nuova materia: quella del surreale, dell’assurdo. Ispirato alla serie tv americana The Booth at the End del 2010, scritto da Genovese e Isabella Aguilar, il film riunisce, oltre agli interpreti già citati, un cast numeroso: Marco Giallini, Vittoria Puccini, Rocco Papaleo, Silvio Muccino, Silvia D’Amico e Sabrina Ferilli.

Abbandonati i temi romantici di Tutta colpa di Freud, quelli della commedia degli equivoci di Una famiglia perfetta e i drammi di coppia di Perfetti Sconosciuti, il regista e sceneggiatore romano questa volta fa i conti con i demoni che ognuno ha dentro sé. “Cosa sei disposto a fare per ottenere ciò che vuoi?” recita la frase di lancio del film. Mastandrea, forse Satana, forse l’avvocato del Diavolo, mette i suoi clienti di fronte a un bivio: dopo le esitazioni iniziali, ciascuno di loro inizia la discesa agli inferi. Ognuno si convince gradualmente che la realizzazione dei propri desideri possa giustificare anche l’azione più infame, il gesto più orribile. Allora che differenza c’è  tra loro e quell’uomo spregevole che avanza simili richieste? Dopotutto quell’individuo misterioso è colpevole “solo” di far emergere quanto di più terribile si nasconde nell’anima di coloro che si siedono al suo tavolo.

Genovese si trova nuovamente a dirigere l’azione in uno spazio ridotto. La regia è statica, concentrata sui primi piani degli attori e su continui campi e controcampi. Il montaggio appare poco armonioso a causa degli stacchi netti tra una scena e l’altra.

Un progetto sicuramente accattivante il cui risultato viene, però, penalizzato da due fattori: la sceneggiatura e la durata del film. Non a caso, come già accennato, The Place è basato su una serie tv, dilatata quindi in più episodi che danno la possibilità di approfondire ogni situazione, di indagare nel profondo di ciascun personaggio. In un’ora e mezza tutto appare, invece, molto frettoloso e superficiale. I personaggi sono “accennati” e risulta impossibile immedesimarsi nelle loro storie. Si rimane freddi di fronte ai loro drammi anche se potrebbero riguardare ciascuno di noi. Quello che viene fuori è  una serie di mini episodi svincolati, che si susseguono debolmente, fino a quando le diverse vicende iniziano a intrecciarsi (con risvolti spesso prevedibili).

Se si aggiunge a questo dialoghi ampiamente ripresi (senza alcuna rielaborazione) dal primo episodio di The Booth at the End e battute che suonano come aforismi forzati il giudizio finale è che The Place è una buona occasione mancata: quella di dare un ritratto esaustivo della natura umana di fronte a scelte estreme. Un film che è stato anche capace di tramutare la prova di alcuni validi interpreti del nostro Cinema in una performance tiepida e senza picchi.

Film di chiusura della 12esima edizione della Festa del Cinema di Roma, The Place sarà nelle sale dal 9 novembre.

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