Giusto cinquant’anni fa, il 15 aprile 1967, moriva Antonio De Curtis, in arte Totò. L’anniversario è un’occasione per riscoprire ancora una volta la grandezza di un attore amato dal pubblico ma a lungo sottovalutato, per non dire ignorato, dalla seriosa critica ufficiale. Oggi che i suoi film sono tutti visibili sulle reti televisive con un successo che si rinnova a ogni passaggio diurno e notturno è facile avere una conferma della genialità di un attore come Totò che definire semplicemente un comico sarebbe riduttivo e ingiusto.

Soprattutto agli inizi della sua carriera egli è stato un esponente della migliore avanguardia teatrale del Novecento, è stato un personaggio cubo-futurista espressione vivente della teoria della “supermarionetta” elaborata da Gordon Craig coniugata con i principi scenici del futurismo sulla base di una pratica mimica e gestuale collaudata sui palcoscenici dell’avanspettacolo in forme capaci di rivitalizzare le maschere della commedia dell’arte a beneficio delle esigenze spettacolari del cinema. Già il film d’esordio Animali pazzi, diretto nel 1939 da Carlo Ludovico Bragaglia ( fratello di quell’Anton Giulio fondatore del “Teatro degli indipendenti”), rivela la comicità sovversiva di un Totò interprete di gag esilaranti in bilico tra il surrealismo di Achille Campanile e l’assurdo cosmico dei fratelli Marx.

Questo “Totò modo” (per citare un termine coniato dal critico d’arte Achille Bonito Oliva) si perfeziona nelle opere girate negli anni ’40-50, opere come TotòtarzanTotò al giro d’Italia e Totò le Mokò, dove le sceneggiature risultano meglio strutturate e il linguaggio filmico si emancipa da quello teatrale. Rivisti oggi questi film, e gli altri dello stesso periodo, esprimono un umorismo metafisico che manda in frantumi ogni istanza naturalistica e approda al supersenso del non-senso con risultati degni del Chaplin delle comiche e poi della coppia Stan Laurel-Oliver Hardy e infine di Jerry Lewis.

L’avvento del neorealismo costringe Totò nel decennio successivo a “normalizzarsi” dentro commedie più vicine ai modelli borghesi ma dove non manca di infilare numeri di follia totale (la scena della lettera in Totò, Peppino e..la malafemmina, capolavoro di delirio semantico condotto da lui e da Peppino De Filippo). Ma alla fine ecco nel 1968 la riscoperta del Totò-marionetta compiuta da Pasolini con La Terra vista dalla Luna e Che cosa sono le nuvole, due cortometraggi di dolente poesia astratta dove la vera natura marziana di Totò viene risarcita del precedente periodo realista.

Non solo i gesti, ma anche le battute hanno reso grande l’attore. Non c’è quasi film di cui non si ricordi un tormentone entrato nell’uso popolare, da “E io pago!”, a “Lei è un onorevole? Ma mi faccia il piacere!” a “Signori si nasce, e io modestamente lo nacqui”, ”A prescindere” e tante altre battute capaci di attaccare l’arroganza dei potenti con la logica smascherante del pover’uomo vessato dai caporali di turno. Durante la sua carriera in teatro e nel cinema Totò ha saputo con il suo modo destrutturante operare una critica corrosiva alle mode correnti e alle ideologie ingannatrici facendosi beffe degli artistoidi e degli intellettuali di professione (come dimostrano gli scatenati sketch raccolti nel mitico Totò a colori, primo film girato in Ferraniacolor in Italia). Antonio De Curtis, un attore-poeta che è stato post-moderno prima di essere moderno, una maschera che è l’epitome della nostra vita e che come tale è atemporale e universale.

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