Era difficile riuscire a girare un sequel di Trainspotting, film culto degli anni ’90, manifesto di una generazione perduta tra eroina e aids nascosta dietro la facciata del Regno Unito felice, contento e pulito della Cool Britannia di Tony Blair.

Dopo vent’anni di rumor e slittamenti il regista Danny Boyle c’è riuscito e senza cadere nella trappola di rifare la copia del suo film di successo, ma riuscendo a creare qualcosa di nuovo e di completamente diverso. Trainspotting 2, nelle sale dal 23 febbraio, è sceneggiato come il precedente da John Hodge che ha adattato molto liberamente Porno, seguito scritto sempre dallo scozzese Irvine Welsh.

Il ritorno a Edimburgo di Mark Renton (Ewan Mc Gregor) per chiuder i conti con Sick Boy (Jonny Lee Miller), Spud (Ewen Bremner) e un inferocito e sempre incontrollabile Begbie (Robert Carlyle) diventa lo spunto per vedere cosa ne è stato di quella generazione, per capire cosa è successo a quei ragazzi, ora uomini di mezz’età, che hanno (o non hanno) scelto la vita.

Non c’è molto altro da raccontare, perché Trainspotting 2 non è un incentrato tanto sull’azione quanto su un sentimento: la nostalgia. È questa la parola chiave, il cuore, intorno a cui ruota tutto il film. Si nasconde ovunque, in ogni immagine, in ogni piccola azione, in ogni angolo di via, persino in una spassosa riunione di fanatici anti-giacobiti, che rimpiangono addirittura l’anno 1690.

Boyle non rinuncia a nessuno degli elementi necessari a far riaffiorare i ricordi, dai filmini di famiglia alle foto, dalla musica ai frammenti del film precedente disseminati in giro come pezzi di memoria, fino ai racconti scritti da uno Spud scopertosi cantore dell’epopea malata di questi strani antieroi. Tutto, ossessivamente, riporta i protagonisti al ricordo di quello che è stato. Anche l’eroina è ormai solo una pratica nostalgica, un modo per rievocare il passato, per rivivere le sensazioni di un’epoca che è ormai inevitabilmente finita.

Ma il passato è l’ingombrante fantasma di qualcosa che non c’è più, una presenza in assenza, come l’ombra lasciata sul muro dalla defunta madre quasi muta di Renton. Se una volta si correva avanti per scappare da se stessi e dalla realtà, ora si corre sul posto, non per strada ma su un tapis roulant, perché non c’è più nessuno, tranne il passato, a inseguire i nostri ex ragazzi, ora davvero e irrimediabilmente perduti. Non è un caso che Spud arrivi sempre in ritardo ai suoi appuntamenti per trovare lavoro. Ha dimenticato di rimettere l’orologio con l’ora legale: lui, come tutti i suoi compagni, è destinato a restare sempre indietro.

Se i nostri protagonisti sono rimasti dove erano vent’anni fa, fermi, immobili, il mondo intorno a loro è irrimediabilmente cambiato. E loro non sono diventati più saggi o più stupidi, migliori o peggiori, solo più vecchi.

Si è dimostrata valida ora la teoria espressa da Sick Boy a Renton nel primo film: “Così tutti invecchiamo, non ce la facciamo più, e questo è quanto?” “Si, certo” “Questa è la tua teoria?” “Si, magnificamente illustrata, cazzo”.

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