“Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare”, sarebbe la didascalia perfetta per la foto dell’inossidabile Liam Neeson. Dopo L’uomo sul Treno l’attore torna al thriller con Un Uomo Tranquillo del regista norvegese Hans Petter Moland, un’opera che fonde i toni del revenge movie alla black comedy più spinta, rifiutando le convenzioni del genere di appartenenza.

un uomo tranquillo Neeson

Lo spazzaneve Nels Coxman (Liam Neeson) vive a Kehoe con la moglie Grace (Laura Dern) e il figlio Kyle (Micheál Richardson). Un giorno la coppia viene sconvolta dalla morte del ragazzo per mano di un temuto boss della droga soprannominato “Il Vichingo” (Tom Bateman). Nels decide quindi di andare alla ricerca dei responsabili con l’intenzione di decimare il cartello locale.

In Un Uomo Tranquillo Liam Nesson usa l’inganno e la forza bruta per tirare dritto e fare fuori il nemico. A suon di pugni ben assestati e con un fucile segato a metà per l’occasione, il “Charles Bronson” delle nevi vede forse nella morte del figlio un’opportunità di rivalsa a lungo attesa, mentre la moglie si chiude in sé stessa per il lutto improvviso.

La sceneggiatura curata da Frank Baldwin riprende quella di In Ordine di Sparizione, film dello stesso regista da cui proviene il rifacimento ambientato nell’accecante bianco del Colorado. La scrittura pone in risalto il violento one man show del protagonista, lasciando trasparire, almeno all’inizio, i toni algidi del polar. In seguito la volontà di declinare l’humor più nero in un contesto drammatico non rinforza la verosimiglianza favorendo il parossismo e l’esasperazione degli eventi.

Sebbene arrivi a “disquisire” in maniera spicciola sul concetto di esistenza guidata esclusivamente dal caso, dai soldi e dalla legge del più forte, andrebbe però riconosciuto a Un Uomo Tranquillo il tentativo di destrutturare il linguaggio tipico del gangster movie. Con queste premesse, al film di Moland non rimane altro che la riflessione sul rapporto causa-effetto delle azioni compiute in vita e della sua caducità, perché in fin dei conti siamo polvere, o almeno, in questo caso, neve al vento.

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