Benvenuti a Suburbicon una ridente cittadina perfetta per la famiglia americana tipo: aria pulita, cielo sempre azzurro, tanto verde e zero neri. Dietro le casine di legno con il prato ben falciato e le vistose cromature delle Cadillac parcheggiate nel vialetto però la situazione non è tanto rosea, l’avidità, le menzogne e la brama di denaro possono tingere di rosso, da un momento all’altro, la quiete di Suburbiconquesto idilliaco posto.

La piatta routine di Suburbicon viene interrotta quando vicino alla villetta dei Gardner si trasferisce una famiglia di colore: la popolazione insorge e vorrebbe cacciare i nuovi concittadini. I Gardner sembrano non essere interessati alla questione perché tra le mura della loro abitazione stanno tessendo una intricata trama di delitti, finzioni e inganni.

Nella sceneggiatura di Suburbicon è facile vedere la penna dei fratelli Coen sia nell’intreccio rocambolesco della vicenda, sia nella costruzione dei personaggi che pur essendo cinici e grotteschi rimangono molto naturali e credibili. Gli autori de Il grande Lebowski avevano scritto la sceneggiatura nel lontano 1986, dopo essersi consacrati al pubblico e alla critica con Blood Simple, ma non diedero mai il primo ciak e il film rimase solo su carta per circa vent’anni fino a quando, nel 2005, George Clooney si interessò al progetto. Dopo un lavoro di limatura durato poco più di dieci anni e diverse difficoltà per unire il cast l’ex dottor Ross di E.R. nel 2016 riuscì a dare il via alle riprese.

La messa in scena di Clooney è elegante e ben riuscita, ma spesso troppo immediata perché poco ragionata: la tensione viene affidata troppo spesso solo agli eventi e non al modo in cui sono ripresi. Il climax di tensione che porta al finale è affidato quasi totalmente alla mimica sofferente di Matt Damon e molti cambi di scena risultano inaspettati e bruschi, ma questo effetto improvviso non è del tutto cercato.   

Clooney dimostra di essere un grande regista di attori, ma non riesce ad avere quella brillantezza necessaria per incantare lo spettatore, infatti sul piano grammaticale Suburbicon è piuttosto piatto, solo qualche carrello disseminato qua e là e nessuna scena costruita con attenzione.

L’assenza dei Coen dietro la macchina da presa è la cosa più negativa del film al quale manca proprio la loro estetica e le loro trovate geniali di messa in scena. 

   

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