Leggenda vuole che Mother!, nuovo film del regista statunitense Darren Aronofsky, in Concorso alla 74° Mostra del Cinema di Venezia, sia stato scritto in cinque giorni dopo un sogno febbricitante. Nel vedere la storia di una vita, che contiene in sé quella di un’intera umanità, si finisce per credere che l’aneddoto abbia un fondo di verità.

In una villa coloniale immersa nel verde vivono uno scrittore in piena crisi creativa e la moglie, intenta a ristrutturare l’abitazione, danneggiata in passato da un terribile incendio. Le loro giornate passano fra la ricerca di un’ispirazione perduta e la cura del loro personale paradiso, fino all’arrivo di una serie di misteriosi personaggi che invaderanno e maltratteranno la preziosa dimora.

A Venezia74, Mother! è stato il film della discordia, fischiato e applaudito, amato e odiato. Che lo si identifichi con il tutto o con il nulla, Mother! è di sicuro un’opera complicata, che vuole narrare il nostro inizio e la nostra imminente fine. Per farlo,  Aronofsky costruisce un sofisticato, ma caotico impianto narrativo nel quale le regole di un genere (quello horror) vengono usate erroneamente e l’allegoria diviene un inflazionato strumento con cui giustificare un esorbitante numero di significati che ogni personaggio, luogo o azione racchiude in sè.

mother-aronofsky-venezia74-recensione-cabiria-magazinePerno assoluto è, ovviamente, la Madre (Jennifer Lawrence), una figura pronta a donare tutta se stessa all’uomo che ama e a quella casa, che come nel racconto di Edgar Allan Poe, custodisce il suo cuore. Mentre Lei cura, sostiene e protegge, Lui (Javier Bardem) temporeggia, assale, si lascia adulare e permette a chiunque di entrare e lasciare un segno nel loro Paradiso. I paragoni e le assonanze con le storie dell’Antico Testamento o con eventi contemporanei ben noti sono volutamente lì, nello sguardo costantemente inquieto e basito di una Madre Terra che assiste inerme alle provocazioni di due sfacciati Adamo (Ed Harris) ed Eva (Michelle Pfeiffer), alla gelosa violenza di Caino e Abele, alla mostruosità di ogni guerra, all’autodistruzione di un intero Pianeta, all’efferatezza insita nell’essere umano e al lato più cupo del fanatismo.
Aronofsky trova (o almeno così crede) anche il tempo per inserire una riflessione sul ruolo dell’artista, sugli ostacoli della creazione artistica, sul raggiungimento e sulla perdita di fama e ammirazione, affidando ad Javier Bardem il compito di aprire un vaso di Pandora che si presenta educatamente sull’uscio di casa.

Sebbene parta da un’idea iniziale valida e dimostri di non aver perso il suo tocco autoriale che privilegia una narrazione composta da primissimi piani asfissianti, il regista statunitense farcisce la sceneggiatura di troppi elementi che alla lunga non riesce a gestire. L’atmosfera falsamente orrorifica del principio si tramuta con estrema velocità in un’accozzaglia di eventi e sensazioni presentati nella loro massima esasperazione.
Se si dovesse scegliere un unico suono, fra la suggestiva gamma di quelli proposti, per descrivere Mother! non ce ne sarebbe nessuno migliore di quello del relitto in balia delle onde, prossimo all’affondamento.

 

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