RaiFiction e HBO: due parole che non si pensava potessero mai finire nella stessa frase. Un binomio così strano se si tratta di produzione televisiva poiché agli antipodi come messa in scena, come target, come realizzazione di un progetto seriale. Eppure i due colossi, insieme a TIMVision, Wildside e Fandango, si sono uniti per dare vita alla trasposizione televisiva de L’amica geniale (My Brilliant Friend), la tetralogia letteraria di successo di Elena Ferrante, che arriverà con gli 8 episodi della prima stagione in autunno su Rai1 e a ottobre al cinema con le prime due puntate.

Presentata come evento speciale fuori concorso alla settantacinquesima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, L’amica geniale diretta da Saverio Costanzo è una serie molto semplice all’apparenza, ma proprio in questo trova la sua forza. C’è una voce narrante – quella di Alba Rohrwacher – che, unita a una scrittura diretta anche se apparentemente ricercata, orienta lo spettatore nel contesto storico, gli anni ’50, in cui si muove la storia a ritroso delle due protagoniste. Elena, ai giorni nostri, riceve la telefonata del figlio dell’amica storica Lila che risulta scomparsa e sembra aver cancellato ogni traccia della propria esistenza; Elena, arrabbiata, inizia a scrivere un libro per raccontare il loro passato e per provare al mondo l’esistenza dell’amica. Da qui parte l’incipit de L’Amica Geniale.

Ancora una volta il momento socio-culturale di imperante femminismo che stiamo vivendo si riflette nella scelta di portare sul piccolo schermo proprio questa serie di romanzi, che vedono al centro l’istruzione di due bambine particolarmente brillanti (da qui il titolo), che vorrebbero proseguire anche dopo la scuola elementare. Sul loro cammino, mentre cresceranno e diverranno adolescenti (Gaia Girace e Margherita Mazzucco) e poi donne, troveranno il sostegno della determinata insegnante (“Voi, che siete femmine, dovete dimostrare di essere al pari dei maschi, anzi meglio di loro”) ma anche l’astio delle rispettive famiglie numerose e di estrazione povera, che non vedono di buon occhio la prospettiva di spendere del denaro per uno scopo scolastico, soprattutto perché si tratta di figlie femmine e non figli maschi.

Gli anni ’50 che fanno da scenario alla vicenda sono un effettivo personaggio, acuito dai campi lunghi e lunghissimi di Saverio Costanzo per sottolineare la distanza che c’è fra il microcosmo dove vivono le due bambine e il resto del mondo, dove non si sono mai immerse prima. Da un lato una palazzina in quel di Napoli, ripresa con molti campi medi, per accentuare le strade e il quartiere senza dimenticare però i suoi abitanti, dall’altro, per esempio come accade nel secondo episodio, i campi e il mare, dove le due si avventurano ad andare marinando la scuola. Le scelte creative del regista de La solitudine dei numeri primi, tra citazioni a Mamma Roma e I 400 Colpi, denotano l’impronta maggiormente italiana di questo serial, in cui è la regia a farla da padrone proprio perché la sceneggiatura di Francesco Piccolo e Laura Paolucci va di pari passo con il libro della Ferrante e non vi è uno showrunner che faccia da supervisore. Un’altra peculiarità è la recitazione in napoletano con sottotitoli in italiano, nell’ottica della co-produzione e co-trasmissione internazionale.

Elena guarda con grande ammirazione e un pizzico d’invidia l’amica, (poco) più brava di lei nelle materie scolastiche, ma anche più coraggiosa, spavalda, sprezzante del pericolo. Allo stesso tempo la sua costante determinazione la fa arrabbiare, anche se non riesce a non provare affetto per lei. Quasi una dipendenza che sembra a senso unico, perché spesso Elena si vede costretta a stare dietro ai capricci dell’amica geniale.

Nessun nome noto è stato scelto per il cast, ma si è preferito puntare su interpreti emergenti o meno conosciuti per dare maggiore realismo alla vicenda, fatta eccezione per la Rohrwacher, non presente però sulla scena. Elisa Del Genio e Ludovica Nasti sono due bambine eccezionali nell’interpretare le piccole Elena e Lila, e soprattutto a sostenere la maggior parte delle sequenze e del racconto sulle proprie spalle. Nel corso degli episodi le due cresceranno e questo potrebbe essere un deterrente, poiché probabilmente alla fine di questa prima stagione non arriveremo ai giorni nostri; memori della tetralogia originaria, forse gli autori non si saranno presi il rischio di utilizzare troppi salti temporali. Il “caso Medici” ha dimostrato quanto il pubblico Rai, pur se con un pizzico d’innovazione, vada guidato per mano nella visione non prettamente lineare di una storia. Ma per scoprirlo dobbiamo rimandare il giudizio alle prossime puntate.

 

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