Nel tentativo di portare sullo schermo la genesi della consapevolezza artistica di un pittore, Florian Henckel von Donnersmarck non realizza solo un’opera senza autore, come vuole il titolo originale del suo film, Werk ohne Autor, appunto, ma anche e soprattutto superflua, di cui la 75° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia poteva senza dubbio fare a meno.

Il regista tedesco, premio Oscar 2007 per Le vite degli altri, suddivide l’epopea personale e professionale di Kurt Barnert (Tom Schilling), in tre fondamentali, ma differenti decadi della storia tedesca: la seconda guerra mondiale, durante la quale il giovane perse, a causa del programma di eugenetica, la dolce ma tormentata zia Elisabeth (Saskia Rosendahl), prima a incoraggiare e spronare il suo precoce talento; l’avvento del comunismo, durante il quale Kurt riuscì a farsi un nome nella Berlino dell’Est come pittore di realismo socialista; la Düsseldorf del finire degli anni ’60 e la smaniosa ricerca di un’idea capace di rivoluzionare l’arte contemporanea.

In Werk ohne Autor, gli eventi storici ci sono, si vedono, ma per la verità quasi non si percepiscono, perché ci si ritrova nella perenne attesa che accada qualcosa capace di cambiare il ritmo di una narrazione piatta e a tratti ridondante. E dire che le basi per attuare delle buone svolte narrative certo non mancavano, basti pensare alla relazione fra Kurt ed Ellie (Paula Beer), figlia del crudele Professor Carl Seeband (Sebastian Koch) colpevole di aver ritenuto inutile la vita di zia Elisabeth, i cui risvolti amorosi e drammatici potevano trasformare il film almeno in un debole dramma. Florian Henckel von Donnersmarck si ostina ad ignorare ogni possibile rivelazione, relegando la verità all’oblio del passato e infarcendo il film con continue simmetrie di gesti, eventi ed azioni pronte a perdersi in una diegesi che sembra non avere una logica ben definita.

Anche l’arte, protagonista latente di Werk ohne Autor, si mostra in modo didascalico, come se anziché essere un potente mezzo espressivo, fosse solo un una professione alla mercé di ideali politici o un banale metodo per ottenere rapidi successi e ingenti somme di denaro.
Tant’è che proprio quando Kurt trova finalmente il suo “stile”, nega a gran voce qualsiasi legame fra i soggetti dipinti e la sua storia personale, riducendo il difficile vissuto della sua famiglia e di stesso ad un cumulo di inutile polvere al vento.

Se il regista tedesco avesse saputo condensare, alleggerire e chiudere alcuni degli intrecci della ripetitiva storia di Kurt Barnert, l’affascinante idea generatrice avrebbe, forse, potuto mostrarsi con limpidità, aumentando l’interesse di uno spettatore che alla fine dei 188 minuti sente di aver visto un sbiadito ritratto in cui non soffermare sguardo e memoria.

 

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