Cabiria magazine

Beyond: intervista all’esploratore Alex Bellini

In anteprima al 73° Trento Film Festival, Alex Bellini presenta Beyond, il documentario che racconta il suo difficile viaggio sul ghiacciaio più grande d’Europa, il Vatnajökull, in Islanda.

Il viaggio raccontato in Beyond inizia nel 2017 in Islanda, a partire sono in due Alex Bellini e il suo fotografo. A terminare l’esplorazione però è solo Alex che, dopo aver rischiato la propria vita decide di rimettersi in cammino e portare a termina la sua traversata di più di 150km. Nel 2025 Alex decide di tornare in quei luoghi per chiudere un cerchio, per ringraziare e per conoscere meglio se stesso.

Alex Bellini, nato ad Aprica (Sondrio) nel 1978, è un esploratore e attivista ambientale con all’attivo moltissime esperienze nei luoghi più ostili del mondo: la Marathon des Sables, nel deserto del Sahara, un cammino attraverso l’Alaska, una traversata di 227 giorni in solitaria attraverso il mare Mediterraneo e l’Oceano Atlantico, poi il Pacifico e ancora la Maratona di New York, l’impegno nel progetto 10 rivers 1 Ocean, navigando i dieci fiumi più inquinati al mondo e, in ultimo, il suo nuovo progetto EYES ON ICE che da voce alle questioni polari, concentrandosi su tre aree: Alaska, Groenlandia e Oceano Artico.

In occasione dell’uscita del documentario Beyond, di e con Alex Bellini, che verrà presentato sabato 26 aprile al Supercinema Vittoria di Trento alle 16.45, a cui seguirà un Q&A alla presenza del regista e del co-regista e montatore Francesco Clerici e della produttrice Francesca Urso, abbiamo deciso di scambiare quattro chiacchiere con Alex per saperne di più sulla sua incredibile esperienza in Islanda, dove ha quasi rischiato la vita, e sulla sua filosofia di vita.

Le nostre domande ad Alex Bellini

Ciao Alex, inizierei l’intervista con la domanda con cui tu stesso apri il tuo documentario: cosa significa per te esplorare? è più uno scappare da qualcosa o inseguire qualcos’altro?

Credo che questa sia una di quelle domande per cui valgono entrambe le risposte; da una parte penso sia insita nell’essere umano la volontà di superare limiti, talvolta anche autoimposti, oppure ridefinire nuovi standard in generale. Dall’altra l’esplorazione si può, certamente, intendere come il voler allontanarsi da un dolore per raggiungere sensazioni positive. Personalmente credo che per me ci sia stato un primo stimolo che mi ha dato il coraggio di muovermi dalla mia forma di equilibrio per cercarne una nuova.

Tutto è iniziato con una grande perdita, quella di mia madre nel ’99, forse questo mi ha messo per la prima volta di fronte all’impermanenza della vita, all’instabilità della vita stessa. Una sorta di “oggi ce l’hai, domani non ce l’hai”, così come per tante altre cose. Maturando e crescendo, invece, sono sempre più portato a intendere l’esplorare come un voler muovermi verso qualcos’altro, una nuova conoscenza, una nuova comprensione, tanto del mondo di fuori quanto del mondo di dentro. 
Quindi ecco, direi che sto proprio nel mezzo tra il fuggire da qualcosa e il volerne inseguire un’altra.

Il tuo viaggio in Islanda inizia nel 2017, sul ghiacciaio più alto d’Europa, in un’esplorazione (quella raccontata in Beyond di Alex Bellini) in cui hai quasi perso la vita. Come mai sei tornato lì e, soprattutto, come è nata l’idea di rendere la tua esperienza un documentario volto anche a sensibilizzare sul tema del cambiamento climatico?

Allora, la ragione per cui siamo tornati in Islanda non è per compiere una nuova spedizione, questo è importante che sia specificato, ma “solamente” per cercare di dare delle risposte ad alcune domande che, nonostante il tempo trascorso, non avevo ancora trovato. Una di queste domande era proprio: perché il fotografo della spedizione, ad un certo punto, ha deciso di tornare indietro? Quali sono state le condizioni che l’hanno portato a ragionare sul fatto che tornare indietro fosse la scelta giusta? E quali sono invece state le prospettive da cui guardavo io la vita e che mi hanno portato a scegliere di continuare? Quindi sì, questa è la prima ragione, una di quelle cose irrisolte di questo viaggio. 

La seconda ragione per cui siamo tornati in Islanda era proprio quella di incontrare i soccorritori che ci avevano assistito in quel momento e ringraziarli per il loro supporto prezioso. Scegliere di trasformare questa storia, che poi diciamocelo è una piccola storia (almeno così dice Alex Bellini ndr.) non è certo una spedizione che passerà alla storia come la più grande spedizione mai fatta, perché il Ghiacciaio è il più grande Ghiacciaio d’Europa ma è molto piccolo in confronto alla Groenlandia o all’Antartide.

La mia volontà, però, era proprio quella di raccontare una storia piccola, ma dal grande messaggio ossia “perché esploriamo”, ma soprattutto dell’importanza del lasciar andare, del riconoscere i propri limiti, un po’ come ha fatto il fotografo, e oggi come oggi, in cui si sente sempre parlare di perseguire con coraggio i nostri sogni, di andare avanti nonostante la paura, era secondo me il momento giusto per fornire un’altra prospettiva. Anch’io in Beyond sono stato costretto a lasciare andare la mia slitta la metafora del lasciare andare come  unica modalità per andare avanti. Spessissimo, si pensa che sia molto più eroico andare avanti, soffrire mille pene, continuare nonostante la paura, e si cataloga come sinonimo di sconfitta il lasciare andare, quando invece secondo me è utile restituire il valore a questa azione, talvolta addirittura salvifica.

Nel documentario c’è un momento in cui ti chiedi “perché l’ho fatto”, perché non sono tornato indietro con i soccorsi ma ho continuato da solo? Ecco quella stessa domanda oggi, a distanza di anni, vorrei farla io a te: perché non sei tornato? Cosa hai pensato in quel momento in cui eri praticamente davanti ad un bivio dove tornando indietro eri sicuro di essere salvo e invece continuando no? Ecco poi mi viene in mente un’altra cosa, come spieghi a chi non condivide la tua passione per l’avventura questi momenti, che visti dall’esterno possono sembrare folli, ma che per te sono parte fondamentale della tua vita?

Ci sono alcuni processi mentali che portano le persone a comportarsi come  si comportano, il primo è l’attribuzione delle conseguenze di qualche azione, mi spiego meglio, se vediamo come una nostra responsabilità un fatto accaduto è più facile sentire di avere controllo sulla nostra vita se, invece. Io attribuisco all’esterno le cause di un incidente mi sentirò di avere poco controllo sulla vita e, di conseguenza, mi troverò molto più impreparato a gestire eventuali altre situazioni.

Per entrare nel merito: quell’incidente nel vulcano io, istintivamente e sin da subito, l’ho attribuito ad un mio errore di navigazione, la responsabilità era solo mia, non era il caso, non era la sfortuna, non erano delle forze misteriose che mi avevano portato in quel crepaccio, ero stato io. Al contrario, il fotografo (che ha accompagnato Alex Bellini nella prima parte del suo viaggio nel 2017 ndr) aveva cercato esternamente le causa di quell’incidente, forse era stata sfortuna, e qui devo aprire una piccola ma necessaria parentesi: l’Islanda è un luogo ricco di leggende sugli spiriti che abitano le montagne, capaci di trasformare una bella giornata in una brutta giornata, quindi già era presente un po’ di misticismo, c’era della suggestione in quella tenda.

Quindi, con due prospettive già così diverse dello stesso incidente abbiamo ragionato in due modi totalmente opposti che ci hanno portato a prendere due direzioni altrettanto opposte. Questa è la prima ragione; la seconda è quanto conta per me quello che sto facendo, se il valore che io attribuisco ad una spedizione è alto, sarà alta anche la mia capacità di persistere, resistere e andare avanti di fronte alle avversità; di contro, se il valore che attribuisco al perché sto facendo quello che sto facendo è ridotto, ridotta sarà la mia capacità di tollerare la fatica, la fame, la frustrazione, l’imprevedibilità della situazione. Per me quella spedizione valeva tantissimo, l’avevo sognata, l’avevo programmata, me l’ero immaginata in ogni singolo dettaglio e, di conseguenza, ero pronto ad andare avanti anche patendo del dolore. Identifichiamo nel dolore il livello di impegno che uno ci deve mettere, ero disposto a investire molto sia fisicamente che emotivamente.

Il fotografo evidentemente era pronto a investire molto meno e quando è arrivato all’orlo del suo contenitore si è detto “io non riesco più aggiungere neanche una goccia” e a quel punto lì ha rinunciato. Mi sono dato queste due spiegazioni, una l’attribuzione e l’altra il valore dato all’esperienza.

A tal proposito, ho visto un po’ di tue interviste e anche altri progetti che hai portato avanti e c’è una tua frase che mi è rimasta molto impressa che dai come risposta alle classiche domande “come ci sei riuscito? come hai fatto a fare una cosa del genere” e la tua risposta è “un passo alla volta” o, quando si parlava della traversata dell’oceano diventava “una remata alla volta”, che insomma, più facile a dirsi che a farsi. E’ questo il tuo segreto per andare avanti? rendere più piccolo quello che all’inizio sembra insormontabile ma, magari un passo alla volta, riesci a riportarlo in una dimensione in cui tu potresti essere capace di arrivare alla fine del cammino?

Credo che sia molto comune, quando ci misuriamo con un obiettivo molto ambizioso dividere il percorso in tappe, anche semplicemente per una laurea, se ci pensi all’inizio ti immagini i prossimi cinque anni di impegno, sacrificio e investimento personale e dici “oh mamma mia mi sembra tutto troppo grande per poterlo fare”, poi ti fermi, ti guardi attorno, e capisci che l’unica maniera per muoversi verso quell’agognato risultato è un passo alla volta, una giornata alla volta, un esame alla volta, un appello alla volta, una pagina alla volta, così riducendo e ridimensionando l’entità dello sforzo dovrò andare a fare; in questo modo tutto diventa più facile da gestire, lo studio, l’acquisizione di una competenza complessa, imparare a suonare il pianoforte come sta facendo proprio ora mia figlia, e così anche nell’esplorazione.

Quando si parte è chiaro che c’è  sempre il bisogno, forse anche la tentazione, di puntare l’occhio verso l’obiettivo finale, se questo obiettivo però è dall’altra parte dell’oceano o del mondo è facile cadere nello sconforto della grandezza di questo obiettivo, poi ci si ridimensiona, si capisce che bisogna definire un piano d’azione composto da tante piccole azioni ripetute nel tempo che possono poi portare al risultato sperato. Io ho questa filosofia di vita che applico veramente e indistintamente a tutto quello che faccio.

Beyond: Un viaggio dentro e fuori di se

Il tuo Beyond alla fine non è più solo un viaggio o un’esplorazione, ma diventa riflessione, si parla di paura, di consapevolezza di sé, (Alex Bellini è anche mental coach ndr.) e mi è venuta in mente una frase che tu stesso hai spiegato in altre sedi, ossia il coraggio di riconoscere di essere normale, l’importanza di non sentirsi speciali, che già di per sé è una consapevolezza difficile da raggiungere per chiunque, però, nel tuo caso come scendi a patti con questa verità, un uomo che ha fatto della sua vita il superamento di infiniti limiti, come si ripete: io non sono speciale?

Una persona che, come me, di mestiere frequenta con una certa regolarità quei luoghi ostili e che cammina un po’ su una linea, su un crinale di una montagna, o cade a destra o a sinistra, in ogni caso cade. Secondo me non sorprende che siano proprio le persone che camminano su quel crinale a misurarsi, più di chiunque altro, con il concetto di vulnerabilità dell’essere umano, e per sopravvivere al peso di questa consapevolezza bisogna anche integrare nella propria visione del mondo anche i propri limiti.

Forse può risultare controintuitivo, una persona, non parlo necessariamente di me, un grande alpinista che raggiunge le vette più alte del mondo è anche una persona che riconosce i propri limiti, perché se non lo facesse ogni passo sarebbe un rischio di cadere dal quel famoso crinale della montagna. Chi invece per scelta, per attitudini, si muove ad altitudini più basse, e per altitudini parlo in senso più ampio, non l’altezza delle montagne ma ad altitudini più basse, si può permettere l’illusione di essere invincibile.

Ti faccio un esempio: Icaro solo nel momento in cui si avvicina al sole capisce di avere delle ali di cera, ma se invece avesse volato ad altitudini meno elevate, poteva illudersi di avere tutti gli strumenti per essere invincibile. E questo dà quella saggezza, quella totale comprensione e consapevolezza delle nostre potenzialità, ma anche dei nostri limiti, senza i quali non potremmo raggiungere le altezze da cui poi guardiamo la nostra vita e tutto il resto.

Parliamo un po’ del tuo rapporto con la natura, Alex Bellini è l’uomo delle grandi esperienze (deserto, ghiacciai, oceani) ecco, come è cambiato nel tempo il tuo rapporto con la natura? Quando esplori, vedi la natura come un’amica, una sorta di alleata che ti accompagna, che ti sprona a scoprirla, oppure a volte diventa una nemica che non vuole farsi conoscere davvero del tutto?

Allora, c’è sicuramente la tentazione da parte di tutti ad umanizzare la natura, quando chiamiamo la natura matrigna o la natura amica. Noi attribuiamo alla natura delle caratteristiche tipiche degli esseri umani, forse anche per addomesticarla, in un certo senso, per sentirla meno aliena, però la natura è caotica, è imprevedibile.

La storia del nostro pianeta da 4 miliardi e 300 milioni di anni è fatta di caos all’inverosimile. L’epoca che viviamo noi è il frutto di sconvolgimenti e fenomeni catastrofici, la natura non è di per sé in equilibrio, è caos. L’essere umano che si misura con l’ambiente può anche lì illudersi che la natura sia in equilibrio, ma nel momento in cui lasci gli ormeggi, ti muovi verso il mare aperto e perdi di vista l’ultimo tratto di costa e di fronte a te c’è solo mare, in quel preciso istante ti rendi conto di essere nelle mani di un elemento che supera ogni possibilità di essere compreso. Possiamo solo provare a comprenderla, ma la cosa bella è proprio vedere, alla fine. quanto nella natura vediamo rispecchiati noi stessi. Anche dentro di noi c’è caos, c’è imprevedibilità, volatilità, insomma c’è tutto.

Una curiosità, alla fine del documentario, c’è una parte molto toccante, tu torni a casa, ci sono le tue figlie, tua moglie e il cane. Ecco, mi interessava sapere come vivono loro questa tua passione, queste tue continue esperienze? So che tua moglie ti accompagna lungo tutto il percorso di preparazione del progetto e poi, ovviamente, anche psicologicamente, ma alle tue figlie come spieghi il lavoro che fai, come racconti dell’Alex Bellini esploratore?

La cosa divertente è che diversi anni fa una maestra delle mie figlie chiese loro che lavoro facessero i suoi genitori e lei rispose: mio papà fa l’esploratore e mia mamma salva il mio papà. Ora hanno 13 e 15 anni, sono in un quell’età in cui devono creare un po’ di rottura con la famiglia e commentano sempre con un tono un po’ ironico, un po’ critico, però so che anche loro sono appassionate di quello che faccio. E poi, la cosa importante è che le coinvolgiamo, talvolta organizziamo delle micro avventure, attraverso le quali poterci conoscer reciprocamente, ma conoscere anche il mondo che ci circonda.

Con mia moglie, come hai detto, è più facile, si parla tra adulti, lei mi conosce da quasi 20 anni e al tempo già avevo questa voglia di misurarmi con l’esplorazione, le mie figlie in questa famiglia ci sono nate e se da una parte tutto è più naturale perché l’hanno sempre vissuto, dall’altra parte non mi sembra che loro abbiano voglia di misurarsi con l’ignoto come lo intendo io. Una si sta preparando ad una carriera sportiva, l’altra, quella più grande, ama l’arte. Però, in un contesto o in un altro ci sono delle caratteristiche comuni all’esplorazione, la volontà di misurarsi con nuovi standard, inventare qualcosa di nuovo. Quindi, per chiudere, torno da dove siamo partiti, ossia che l’esplorazione è un grande contenitore e uno ci può mettere dentro quello che vuole, l’arte, lo sport, le grandi traversate, qualunque cosa.

Il documentario Beyond uscirà il 26 aprile (di e con Alex Bellini ndr) cosa ti auguri per questo tuo racconto? O meglio, c’è qualcosa in particolare a cui vorresti che il pubblico facesse attenzione o comunque qualche messaggio che vorresti le persone conservassero anche dopo la visione?

Ci terrei molto che il pubblico facesse attenzione a due cose, anche strettamente collegate tra loro. La prima è ridefinire il concetto di limiti, viviamo in un’epoca in cui il limite è sempre visto come qualcosa da superare, chi supera un limite è un eroe, chi invece, per paura di quello che potrebbe succedere, di fronte al limite torna indietro è visto come uno timoroso, un perdente, un fallito. Mi piacerebbe ridare un significato nuovo al concetto di limite, che poi si collega anche al discorso ambientale perché sono dei limiti che l’essere umano ha superato e che sono la causa di tutti i nostri problemi ambientali. 

D’altra parte c’è, che ripeto è collegato a questo pensiero, l’idea di lasciare andare. Anche qui tanta enfasi viene data ad acquisire, a trattenere, a resistere per orientarci verso la conquista di un obiettivo e viene data troppa poca importanza al lasciar andare. E lasciare andare ogni tanto, come è capitato a me proprio sul Vatnajökull, è l’unica maniera per andare avanti; lasciare andare vecchi pensieri depotenzianti, lasciare andare strumenti obsoleti, lasciare andare anche compagnie tossiche o compagnie non funzionali alla massima espressione di sé. A volte facciamo fatica a lasciare andare per paura di perdere qualche pezzo di noi, salvo poi rendersi conto che se non lasciamo andare la presa a qualche cosa di vecchio non possiamo raggiungere qualche cosa di nuovo.

È un po’ quel processo di distruzione e creazione, tanto caro agli induisti, che ho imparato a conoscere viaggiando in India. La figura mitologica più importante di tutta la cultura indiana è Shiva, un dio che è il dio del caos e dell’ordine contemporaneamente, il dio della distruzione e della creazione. È difficile da comprendere per una dottrina come la nostra, in cui Dio è quell’entità che protegge e accudisce, ma non distrugge. Diciamo che in una logica che supera il dualismo bene male Shiva potrebbe essere la figura di riferimento del lasciar andare.

Per chiudere riprenderei proprio il titolo del tuo documentario Beyond, che significa al di là, oltre, ecco c’è qualcosa che ti aspetta ancora oltre a tutto quello che hai già fatto?

Sì, dallo scorso anno sto lavorando ad un progetto chiamato EYES ON ICE ed ha l’obiettivo di documentare come il cambiamento climatico stia trasformando le regioni polari e le sue comunità indigene, in una logica di co-creazione e co-trasformazione. Spesso le popolazioni indigene sono considerate delle vittime del cambiamento climatico quando loro, invece. vorrebbero solamente veder riconosciuta, da parte del resto del mondo, la loro volontà di essere parte attiva nella trasformazione di questi luoghi.

Il prossimo viaggio che farò sarà in Groenlandia, che è tornata al centro della discussione sul clima e sulla politica; loro, per esempio, vogliono diventare indipendenti dalla Danimarca e vogliono affrancarsi anche dagli Stati Uniti, come popolo indigeno vogliono vedere il loro diritto di esistere. Questo è un tema di cui si parla poco ma che per me è molto importante, se si pensa anche agli indigeni dell’amazzonia, non si deve necessariamente pensare che debbano essere salvati, loro hanno tutti i mezzi per decidere del loro futuro, a patto che noi, su questo lato del mondo, riconosciamo questa loro capacità di volere e potere trasformarsi da soli.

Dopo questa lunga chiacchierata con l’esploratore Alex Bellini possiamo solo fargli un grande in bocca al lupo per il suo futuro, sempre ai limiti del mondo, e ricordarvi della proiezione del suo documentario Beyond, sabato 26 aprile alle 16.45 al Supercinema Vittoria di Trento.

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