Cosa accomuna un bao, un topo che sogna l’alta cucina e un adolescente in viaggio con suo padre? Un legame familiare profondo, quasi indissolubile, che diventa il terreno su cui si gioca la più difficile delle conquiste: l’approvazione.

Tra tutti, Bao, il cortometraggio del 2018 di Domee Shi della Pixar, è forse il racconto più spiazzante. Inizia con la quotidianità silenziosa di una madre rimasta sola, tra gesti ripetuti e una casa improvvisamente troppo grande. Poi accade l’impossibile: un piccolo baozi prende vita.
Ma la magia, qui, non serve a stupire; serve a rendere visibile un sentimento che spesso rimane nascosto. Si è sempre orientati sulla riuscita dei figli, sul desiderio di vederli percorrere la strada tortuosa del successo. Ma cosa succede a quelli che restano all’intero delle solite mura domestiche, custodi della caduta del primo dentino e della prima delusione d’amore?
Così in soli sette minuti, Bao si fa portavoce della fragilità e della paura dei genitori quando un figlio è pronto a camminare da solo, della cosiddetta sindrome del nido vuoto. Quel fagottino morbido e sorridente di pasta non è solo un bambino fantastico: è il desiderio materno di fermare il tempo, di trattenere l’infanzia, di non affrontare la distanza. Un amore che scalda, ma che rischia di bruciare.
Quando il piccolo bao cresce e reclama autonomia, il corto cambia tono. L’atmosfera si incrina. L’affetto diventa ansia, la protezione diventa controllo. È qui che emerge il vero conflitto: l’approvazione non è automatica. Accettare che un figlio scelga, si allontani, costruisca una propria identità significa per la madre rinunciare a una parte di sé. Il gesto finale, scioccante e simbolico, è l’esplosione di questa paura: meglio “divorare” ciò che si ama che lasciarlo andare, ma…
…proprio attraverso quell’eccesso il corto arriva alla sua verità più dolorosa e autentica: l’amore familiare non si misura nel possesso, bensì nella capacità di riconoscere l’altro come individuo. Allora il legame cambia, si trasforma seguendo la linea dell’eterna evoluzione delle cose che tanto ci spaventa.
Di nuovo un cambiamento nel corto: la dimensione magica si dissolve e incombe nuovamente la realtà. Il legame non è più fondato sul possesso, ma sul riconoscimento reciproco. La madre non trattiene più: ascolta. Il figlio non fugge più: resta. L’accettazione diventa finalmente possibile e la chiave per la felicità.
Nel finale, Bao suggerisce che l’approvazione familiare non è immediata né naturale: è un processo. Richiede cadute, eccessi, presa di coscienza. Ma quando arriva, trasforma il rapporto. Non cancella il conflitto: lo supera.
Non esagero a dire che sono sette minuti di cinema allo stato puro, capaci di condensare in forma animata la complessità di un legame familiare meglio di molti lungometraggi. Il premio Oscar vinto nel 2019 per il miglior cortometraggio d’animazione, direi indubbiamente meritato.
La tecnica impeccabile del cortometraggio
Tecnicamente, Bao è un esempio perfetto di cortometraggio, costruito su due picchi di tensione emotiva che scandiscono il ritmo della storia. Domee Shi alterna sequenze di vita quotidiana silenziosa, con movimenti lenti e dettagli domestici accurati (a degli occhi attenti non sfuggiranno tutti i riferimenti alla cultura orientale), a momenti di conflitto improvviso, dove il ritmo si accelera e il colore, la composizione e l’animazione enfatizzano la tensione.
Ogni scena è funzionale: nulla è superfluo, e ogni gesto dei personaggi comunica emozione e sviluppo interno. I due momenti di conflitto e risoluzione creano un arco emotivo completo in sette minuti, dimostrando come non sia la durata necessariamente custode di messaggi duraturi e universali.
Genitori o figli? Bao, In viaggio con Pippo e Ratatouille
Se Bao ci mostra la prospettiva dei genitori e la difficoltà di lasciar andare un figlio, in Ratatouille e In viaggio con Pippo l’attenzione si sposta sui figli, ciascuno alle prese con le proprie ambizioni e insicurezze.
Remy è un topo dotato di talento culinario straordinario, ma costantemente ostacolato dalle aspettative della sua famiglia e dalla paura del giudizio. Ogni gesto, ogni aspirazione sembra andare contro le regole implicite del clan dei ratti, dove la sicurezza e la sopravvivenza valgono più dei sogni individuali. La sua ricerca di approvazione non è solo il bisogno di essere amato, ma di essere riconosciuto per ciò che è, di legittimare la propria identità. La sua crescita si realizza nel momento in cui la famiglia comprende e accetta la sua unicità, trasformando il conflitto iniziale in fiducia reciproca.
Max, invece, è un adolescente intrappolato tra il desiderio di autonomia e la necessità di sentirsi accolto. Il rapporto con Pippo è costellato di incomprensioni: Max vuole essere indipendente, prendere decisioni proprie, dimostrare il suo valore. Pippo, dal canto suo, è guidato da protezione e timori, incapace di vedere il figlio come già adulto. Solo quando Max comincia a riconoscere le paure e le aspettative del padre, e Pippo impara a rispettare i desideri del figlio, il legame si trasforma: la tensione si scioglie in un approccio basato sul rispetto e sulla comprensione reciproca.
In tutti e tre i casi, il piccolo bao, Remy e Max, emerge una verità comune: l’amore familiare da solo non basta. L’approvazione non è un gesto automatico, ma un processo reciproco, che richiede capacità di ascolto, empatia e apertura da entrambe le parti. I conflitti, le incomprensioni e le paure diventano così il terreno su cui costruire legami più profondi, dove crescere significa non solo essere visti e accettati, ma anche imparare a vedere e accettare chi ci ha cresciuti. Disney e Pixar, attraverso queste storie così diverse, mostrano la famiglia come un organismo vivo: in continua evoluzione, vulnerabile e allo stesso tempo capace di trasformare il conflitto in affetto autentico.
Eppure, nella sua straordinaria semplicità, Bao rimane rivoluzionario: pone al centro non i figli, come accade nella maggior parte delle storie, ma i genitori, mostrando la loro fragilità, i timori e la necessità di approvare, accettare e lasciar andare. Un piccolo corto che, in sette minuti, ribalta il punto di vista tradizionale e ci ricorda che anche i genitori hanno bisogno di crescere.
FAQ
Cos’è Bao?
Cortometraggio datato 2018. Facile da perdere nella moltitudine del catalogo Dinsey/Pixar, ma assolutamente indimenticabile.
Chi è Domee Shi?
Domee Shi è una regista e sceneggiatrice canadese, nota per il cortometraggio Bao, vincitore dell’Oscar 2019, e per il lungometraggio Red. Laureata in animazione alla Seneca College, ha lavorato alla Pixar come storyboard artist prima di dirigere i suoi lavori da regista. È celebre per storie che esplorano emozioni profonde e relazioni familiari.
Per quale motivo andrebbe visto?
Almeno per due motivi: il primo, per provare a comprendere il punto di vista di un genitore che vede il proprio figlio allontanarsi e crescere; il secondo, per poter apprezzare un cortometraggio tecnicamente impeccabile.
Due aggettivi per il corto
Dolce e amaro.