Una famiglia di origini ebree, poliglotta e alto-borghese, trascorre l’estate nell’antica villa di proprietà incastonata in un idilliaco paesaggio del nord Italia, alternando la spensierata vita bucolica a raffinati stimoli intellettuali. Chiamami Col Tuo Nome, diretto da Luca Guadagnino e scritto da James Ivory, sembra cristallizzare il tempo per non abbandonare il luogo, quasi sacro, del casuale incontro tra due ragazzi, travolti dall’esperienza di un amore irripetibile.
Tratto dall’omonimo romanzo di André Aciman, Chiamami Col Tuo Nome sorprende per la quasi ossessiva discrezione con cui la macchina da presa si sposta tra le stanze di una residenza del diciassettesimo secolo, senza allontanarsi troppo dai boschi che la circondano e dalla città più vicina. Non è difficile immaginare il regista di A Bigger Splash e Io Sono L’Amore lasciare le scarpe sulla soglia di casa ed entrare a piedi nudi per scrutare in libertà chi vive all’interno. Con passo felpato Guadagnino mette in risalto i dettagli che rendono riconoscibili le tappe dell’innamoramento e con ragionata delicatezza evita le trappole del sentimentalismo o delle stereotipie queer.

È lecito pensare che la pianura padana de Il Giardino dei Finzi Contini di Vittorio de Sica, le (ri)scoperte sessuali di The Dreamers – I sognatori di Bernardo Bertolucci o la nouvelle vague di Éric Rohmer siano alcune delle probabili fonti di ispirazione del lavoro di Guadagnino. Il regista esplora infatti territori non del tutto nuovi, ma riesce comunque a tratteggiare uno stile intimo e personale, tenendo sempre alta l’asticella dell’equilibrio tra estemporanea incomunicabilità e seduzioni musicali. Sostenuto dalla malinconica colonna sonora che vede scorrere con precisione chirurgica Bach, Ravel, Moroder, Sakamoto, Battiato e Surfjan Stevens, Chiamami Col Tuo Nome è una magistrale lezione sulla caducità della vita e sull’importanza del carpe diem, un canto sofferto capace di far vibrare anche le corde più rigide.