“Volevo una vita normale”, sottotitolo di Gramigna, è il primo desiderio di Luigi Di Cicco (Gianluca Di Gennaro), figlio di un noto camorrista condannato all’ergastolo, nonché giovane protagonista della pellicola diretta da Sebastiano Rizzo. “La mafia non è invincibile. È un fatto umano e in quanto tale ha un inizio e avrà anche una fine”. Forse le parole di Giovanni Falcone rimangono scolpite anche nell’animo inquieto di un ragazzo costretto, fin da piccolo, a un’esistenza fuori dal comune, perché la mafia, come la gramigna, è difficile da estirpare.
Di Gennaro offre una performance realistica e convincente nei panni del “figlio d’arte” che lotta ogni giorno contro provocazioni e pregiudizi, mentre la Saponangelo e Izzo mostrano sicurezza nell’interpretare una madre rassegnata al destino e un criminale consapevole degli errori commessi in passato. La sceneggiatura di Camilla Cuparo esalta l’intenzione del regista di focalizzarsi sulle complesse dinamiche di un nucleo sociale toccato dalla malavita, ma che al contempo racchiude un omertà “al contrario”, volta cioè a salvaguardare gli innocenti. “Ti devi cecare gli occhi!” dice Anna a Luigi, ma sarebbe meglio aprirli a chi, invece, non riesce a vedere nemmeno coi propri.

