Il film Pixar più sottovalutato degli anni Dieci
Se c’è un film in particolare all’interno della gloriosa produzione della Pixar Animation Studios che – proprio quando l’ormai celeberrima casa di produzione statunitense era (quasi) ai suoi massimi livelli in termini di successo e potenza visivo-semantica delle opere realizzate – non ha riscontrato il successo sperato né da parte di pubblico né da parte di critica, questo è indubbiamente il comunque dignitoso Il Viaggio di Arlo (2015), per la regia di Peter Sohn.
Lungometraggio dall’affascinante realizzazione grafica e da una struttura narrativa piuttosto classicheggiante, la pellicola è uscita in sala in un periodo non particolarmente “felice”. Ma prima di analizzare sia l’opera in sé che il contesto in cui è stata realizzata, di cosa parla (per chi non l’avesse ancora visto) Il Viaggio di Arlo? Presto detto.
Il viaggio di Arlo: trama

La storia messa in scena, dunque, è quella del piccolo dinosauro Arlo (facente parte della specie degli apatosauri), appunto, il quale, in un’ipotetica situazione in cui dinosauri ed esseri umani si trovano a condividere il nostro pianeta terra, vive insieme alla sua famiglia, composta dai suoi genitori e dai due fratelli maggiori.
Arlo è un cucciolo sensibile e molto pauroso, ma anche per lui è arrivato il momento di crescere, e soltanto quando avrà finalmente sconfitto le sue paure, potrà mettere la sua impronta sul silo di granturco presso casa sua, proprio come hanno fatto gli altri membri della sua famiglia. Un giorno, tuttavia, la sua “occasione” sembra essere arrivata: un giovane cavernicolo si è intrufolato proprio nel loro silo.
Arlo dovrebbe ucciderlo, ma alla fine lo libera. Che fare, dunque? Non resta che andarlo a cercare per ucciderlo, ma proprio durante tale ricerca, Arlo e suo padre saranno sorpresi da una tempesta, in seguito alla quale il genitore perderà la vita. Cosa accadrà in seguito?
Un classico racconto di formazione
Il Viaggio di Arlo, dunque, è in tutto e per tutto un classico film di formazione, un viaggio dell’eroe che da timido cucciolo pauroso si ritrova, dopo una serie di (spesso dolorose) prove finalmente adulto e coraggioso.
Allo stesso modo, dunque, il tema dell’amicizia, ma anche della diversità, o, meglio ancora, della paura del diverso e dell’importanza della solidarietà fanno da vere e proprie colonne portanti.
Una produzione complessa e un’uscita sfortunata
Purtroppo, il presente lungometraggio non ha avuto fin dalla sua genesi vita facile, a causa soprattutto di difficoltà produttive e in fase di sceneggiatura, che hanno fatto sì che, infine, l’intero compito fosse affidato al team di Sohn (e di Lasseter).
Questo, tuttavia, ha fatto sì che il nostro Il Viaggio di Arlo uscisse in sala praticamente quasi in concomitanza con il “gigante” Inside Out (Pete Docter e Ronnie del Carmen, 2015), il quale ha inevitabilmente offuscato la potenza del film di Sohn.
La forza visiva di un film da riscoprire
Sia ben chiaro: se si pensa agli standard della Pixar raggiunti da quel momento in avanti e culminati nel 2017 con la realizzazione dell’ottimo Coco, chiaramente Il Viaggio di Arlo risulta meno d’impatto, troppo classico, forse, per poter fare davvero la differenza.
Eppure, nonostante ciò, non si può non riconoscere al presente lavoro grande cura sia dal punto di vista della sceneggiatura che, soprattutto, dal punto di vista della realizzazione grafica stessa, che ha visto l’impiego della CGI nel realizzare momenti di grande impatto visivo e con paesaggi che ancora oggi hanno sullo spettatore un effetto quasi magnetico. Ma, si sa, quando qualcuno (o, in questo caso, una casa di produzione) realizza qualcosa di davvero memorabile, tutti noi siamo portati ad aspettarci opere future (o contemporanee) di pari o addirittura superiore livello.
E ora, alla luce di ciò, viene da chiedersi: in quanti ricordano ancora questo piccolo ma prezioso Il Viaggio di Arlo, a dieci anni dalla sua uscita in sala? In quanti, tra altri dieci anni, lo ricorderanno ancora? Solo il tempo potrà dircelo.