“Poteva succedere, ma non è successo” ripete spesso rompendo la quarta parete il più scettico dei personaggi di Summer (Leto). Kirill Serebrennikov sceglie il bianco e nero d’antan per omaggiare i Kino e gli Zoopark, due band emblematiche del rock sovietico di quarant’anni fa, raccontando l’incapacità di un gruppo di amici nel cambiare le sorti delle loro esistenze e soprattutto del loro Paese.

Summer (Leto) è il canto strozzato di una generazione che trae energia dalla passione per le parole e la musica dei Beatles, di Lou Reed, di Iggy Pop, dei T. Rex in primis e di tutte le rock band che in qualche modo hanno influenzato il panorama musicale dell’epoca. Tra punk e new wave, Serebrennikov sfrutta l’assenza del colore per tentare di conciliare la forma simil novelle vague allo stile di vita quasi bohémien dei protagonisti.
Il sogno a occhi aperti vissuto dai personaggi di Summer (Leto) è destinato a consumarsi in un silenzioso scontro tra ideologie che spinge i protagonisti verso la deriva dell’apatia. Le interpretazioni di Bilyk e Yoo si tengono alla larga dallo stereotipo del poeta maledetto, ma a volte il respiro della regia non riesce a seguire il ritmo di una tracotante colonna sonora. Vince quindi la nostalgia e non la rivoluzione, che arriverà poco più in là per altri motivi. Poteva succedere, ma non è successo con la musica.