Gioia (poca) e dolore (molto e repentino). Sono queste le due facce della medaglia in The Handmaid’s Tale, il racconto distopico tratto dal romanzo di Margaret Atwood ora serie tv di successo di HULU che torna con la seconda stagione anche in Italia su TIMVision.
La stagione si apre dove ci aveva lasciato il primo sorprendente ciclo di episodi, che ha fatto manbassa di premi e riconoscimenti in un periodo così incentrato sul #metoo. Difred (Elizabeth Moss), l’ancella protagonista, è sul camion che la porterà non sa dove dopo aver disubbidito a Zia Lydia e dove l’amante/autista Nick le ha consigliato di salire. Subito tutto si fa luce (e buio). La luce che si intravede da fuori e le dà per un attimo la speranza di essere finalmente libera, per scoprire poco dopo con grande rammarico e sofferenza di essere stata portata al patibolo insieme alle altre ancelle disubbidienti per farne un esempio.

Se la prima stagione era intrisa di staticità visiva e narrativa per rappresentare lo stato d’animo e fisico di Difred, intrappolata in questa situazione distopica senza via d’uscita, sul finale si era schiusa una porta che ora sembra spalancarsi: sarà davvero così? Quasi una parabola a specchio, nel secondo episodio ci viene presentata invece la situazione attuale di Diglen (Alexis Bledel) dopo la sua sovversione nel finale del primo ciclo. Facciamo così un viaggio nelle famose Colonie spesso nominate nella prima stagione e mai esplorate nel libro della Atwood. I territori contaminati dove le cosiddette “non donne” vengono recluse con il solo scopo di eliminare le radiazioni dal terreno: qui, la speranza di vita varia dai sei mesi ad un massimo di due anni. Nelle Colonie la sofferenza è continua e senza via d’uscita: sporcizia, infezioni, un perpetuo duro lavoro “da uomini”. Nel frattempo i flashback ci mostrano per la prima volta il “prima” di Diglen, il suo essere una donna omosessuale felicemente sposata e con un figlio, il suo rapporto con la moglie e con l’università dove insegnava. I flashback rimangono però momenti accennati, sempre “un po’ di qua”, non piena parte del racconto, un ricordo vago e che svanisce ogni giorno un po’ di più, in cui i sentimenti sono quasi soffocati come se i protagonisti sapessero che qualcosa di terribile sta per avvenire.
La perdita dei diritti, di questi tempi, è una paura concreta, ecco perché arriva così duramente e così direttamente allo spettatore, soprattutto al pubblico americano della presidenza Trump. In tempi di femminismo imperante, nel mondo dello spettacolo come altrove. In questo costante bisogno di diritti delle minoranze, The Handmaid’s Tale è arrivata quasi come Manifesto. Sia benedetto il frutto. Possa il Signore schiudere.