Il cricket è il gioco regolamentato più antico del mondo ed è secondo, per seguito, solo al calcio. In This is not cricket di Jacopo De Bertoldi questo sport di squadra offre lo spunto per raccontare un’amicizia nata tra il multiculturalismo romano che, inaspettatamente, diventa l’emblema della nostra contemporaneità cosmopolita.
This is not cricket: presentato a Alice nella città, recensione e intervista
Già nei primi minuti di visione, scopriamo che le regole del cricket (lasciare una “casa” per raggiungerne un’altra) si prestano a essere un’efficace metafora dell’immigrazione. Il Piazza Vittorio Cricket Club è una squadra multietnica in cui i ragazzi non conoscono la differenza tra italiano e straniero, comunitario e extracomunitario; i giovani giocatori si sentono tutti romani… e vincono.

Pur essendo un documentario, This is not cricket è costruito su una scrittura puntuale e procede attraverso svolte narrative drammatiche e intime che si addentrano sempre più a fondo nella vita dei protagonisti, mostrando uno spaccato esistenziale fatto di conflitti interiori e incomprensioni domestiche che è comune a tutte le generazioni in cerca di una strada da percorrere. Il contesto sociale è poi drammatico. Le istituzioni e la burocrazia rappresentano un tangibile ostacolo per lo sviluppo individuale e mettono i ragazzi davanti a scelte radicali.
This is not cricket è un bel racconto multilingue mai retorico, mai melenso o scontato pur essendo molto tenero e vibrante. Non c’è politica, non c’è giudizio sull’iniquità di un mondo inquadrato alla lontana. È cinema del reale autentico prima di tutto negli intenti, poi anche nei volti dei suoi protagonisti e nella vocazione genuinamente popolare.
L’amicizia, l’integrazione e la diversità sono indagati da infiniti punti di vista e forse questo può essere un grande vantaggio del film in termini di distribuzione, entrando in connessione con i sentimenti di una audience molto più vasta di quanto ci si aspetterebbe da un altro docu-film sulla periferia di Roma.
N. B. Vale assolutamente la pena attendere la scena post credits in cui il concetto di libertà non ha più età.