La maternità come pratica continua di attenzione e sacrificio nel film di John Krasinski
Nel genere post-apocalittico la maternità è solitamente quel parziale lieto fine che garantisce, come ad esempio in Snowpiercer, uno spiraglio di speranza. Nella cinematografia horror, al contrario, il parto è stato vettore, quando non una vera e propria porta, verso il perturbante, dal mefistofelico infante di Rosemary’s Baby a quello messianico nel Mother! di Aronofsky.
A Quiet Place di John Krasinski, alla fine del decennio scorso, sembra invece accogliere e fondere con una semplice quanto efficace intuizione entrambe le tradizioni, solo per tradirle in un secondo momento.
La trama di A Quiet Place

La gravidanza, infatti, genera nella pellicola di Krasinski un paradosso narrativo di grande potenza: la maternità non è simbolo finale e culminante di rinascita, ma è costante generatore di una tensione insostenibile in un mondo raso al suolo da alieni che, privi di vista, ma dotati di un portentoso udito, cacciano ogni essere vivente che produce rumore.
La famiglia Abbott deve far fronte esattamente alle sfide poste dall’invasione extraterrestre mentre la sordità da cui è affetta una delle figlie della coppia interpretata dal regista e da Emily Blunt e la dolce attesa della donna pongono ulteriormente in rilievo la fragilità dell’essere umano.
Un orrore sonoro
Nello scenario post-apocalittico di A Quiet Place Krasinski riesce a costruire un fortunato blockbuster (a fronte di un risicato budget, la fortuna al botteghino ne ha fatto una saga) in cui sposta il baricentro della suspense dalla componente visiva a quella uditiva. Il dispositivo hitchcockiano è attivato fin dai primi minuti, mostrando come un passo troppo pesante, un cigolio troppo acuto o, ancora peggio, il possibile futuro pianto di un neonato possano condurre alla morte dell’intera famiglia.
Si instilla così il terrore non di ciò che si potrebbe vedere, ma di ciò che si potrebbe sentire, in una sottrazione stilistica che pesa soprattutto sui dialoghi, compensati efficacemente dagli sguardi e dal linguaggio non verbale. Il sound design diventa allora il motore di un’esperienza filmica che, al cinema, costringeva a un silenzio intimorito quasi inconcepibile in una sala del XXI secolo.
La maternità come resistenza
È tuttavia nel corpo gravido della protagonista che si coagula più densamente la suspense. Questa condizione, infatti, introduce la contraddizione insanabile che avrà il climax nella scena del parto: generare la vita attraverso quel pianto di neonato che ne sancisce e ne condensa l’energia è inconciliabile con un mondo in cui ogni suono è mortalmente proibito.
Perciò la maternità diviene fin da subito nella pellicola un atto di resistenza verso ciò che li circonda, dimostrandosi una pratica perpetua di attenzione e sacrificio. Una necessità che diviene volontà in costante tensione con la paura del mondo. In A Quiet Place vivere e mettere al mondo significa restare in allerta, continuare a generare vita anche quando, come oggi, si è immersi nell’orrore del mondo che sembra aver fatto del silenzio la propria legge più crudele.
FAQ su A Quiet Place
Quanto ha guadagnato A Quiet Place?
A fronte di circa 17 milioni di budget, A Quiet Place ne ha incassati più di 340 nel mondo.
Di quanti film è composta la saga?
La saga è composta di un sequel (A Quiet Place II) e di un prequel (A Quiet Place – Giorno 1).
Chi sono gli attori degli altri capitoli della saga?
Nel sequel, oltre a John Krasinski ed Emily Blunt, si aggiungono al cast Cillian Murphy e Djimon Hounsou. Nel prequel, invece, i protagonisti sono Lupita Nyong’o e Joseph Quinn.