La didascalia finale di Beautiful Boy definisce l’overdose la causa principale di morte negli Stati Uniti tra gli under cinquanta. L’esordio in lingua inglese del regista Felix Van Groeningen sfrutta il rapporto padre-figlio per evidenziare gli effetti legati alla dipendenza dalle droghe, senza dimenticare i problemi che coinvolgono chi vive sotto lo stesso tetto del malcapitato.

Le due biografie da cui Beautiful Boy è tratto (Beautiful Boy: A Father’s Journey Through His Son’s Addiction di David Sheff e Tweak: Growing Up on Methamphetamine di Nic Sheff) sono i binari lungo cui lo sguardo di Van Groeningen sceglie di viaggiare: da un lato la corsa di un padre deciso a risollevare le sorti del figlio, dall’altra la paralisi di un ragazzo reso vulnerabile dall’abuso, fin dalla tenera età, di crystal meth e di eroina.
La sceneggiatura curata da Luke Davies e dallo stesso regista lascia ampio raggio d’azione alle performance di Carell e Chalamet: se il primo riconferma la capacità di interpretare ruoli drammatici con il minimo sforzo, l’esplosiva fisicità del secondo potrebbe avvicinarlo all’Oscar un’altra volta, dopo la nomination per Chiamami col tuo Nome come miglior attore protagonista. La colonna sonora invece tenta di scandire lo spaesamento e l’involontaria autodistruzione di Nic, ma l’assuefazione a titoli altisonanti sovrasta quella di cui soffre il “bellissimo ragazzo”.