Secondo Tolstoj, le narrazioni fondamentali sono solo due: una persona in viaggio e uno straniero che arriva in città. Due uomini, quattro donne e una mucca depressa, commedia diretta da Anna Di Francisca, in sala dall’8 giugno, rientra perfettamente nella seconda categoria.

Dirigere un coro non è cosa semplice: bisogna scegliere bene i cantanti, sfruttare pregi e debolezze di ognuno, posizionare al posto giusto le varie voci nascondendo in ultima fila chi muove solo le labbra e mettendo in bella vista tenori e soprani. Una perfetta metafora del lavoro del regista, impegnato ogni volta che dirige un film (il verbo è lo stesso che si usa in musica, e non è un caso) a cercare di dare armonia e uniformità a quello che in realtà è un insieme di elementi molto eterogenei.
Bacchetta alla mano, la Di Francisca dichiara subito le sue intenzioni: girare una commedia dal respiro internazionale, più vicina a quelle spagnole e francesi che alla tradizione della commedia all’italiana. Un esperimento interessante che non riesce però a sollevarsi da una quieta medietà, In questo film si ride poco, ci si emoziona poco, si partecipa poco, toccando tanti temi senza approfondirne nessuno. È così che la metafora del canto come mezzo per scoprire la propria “vera voce” (buono il lavoro sulle musiche fatto da Paolo Perna) finisce per disperdersi in una sceneggiatura poco incisiva, stracarica di personaggi e situazioni, che fatica a trovare una sua intonazione. Anche della nota anticlericale che attraversa la storia non rimane altro che un lontano eco in sottofondo, appena percettibile e troppo flebile perché possa colpire davvero.
Tanti bravi solisti non fanno però un coro, e quello che sembra essere mancato a Quattro donne, due uomini e una mucca depressa è una direzione più decisa, capace di accordare le diverse voci e di dosare accenti e situazioni. In questo modo, una commedia che sulla carta avrebbe potuto essere pungente finisce per risultare invece assolutamente innocua.