Del maiale non si butta via niente, recita il detto, nemmeno il sangue. Ma ne La Guerra del Maiale non ci sono porci a testa in giù da squartare e le uniche gocce di liquido rosso mostrate sono quelle di una trasfusione dai toni “vampireschi”, perché nell’opera prima di David Maria Putortì la violenza è sempre contemplata con morboso distacco e mai esibita.
Isidoro (Victor Laplace) vive a Buenos Aires nell’appartamento del figlio Thomas (Michel Noher), un giovane avvocato che condivide l’odio per gli anziani promosso dalla campagna elettorale. La lotta contro il “porco” si diffonde a macchia d’olio in tutta l’Argentina, dando vita a uno scontro generazionale che investe con ferocia anche alcuni dei compagni di Isidoro.

La pellicola di Putortì pretende di essere a proprio agio navigando tra vari generi e stili, in primis la tragedia grottesca e il thriller surreale, ma finisce per schiantarsi contro l’iceberg della retorica. Sorretta da un registro datato nel tempo e divisa in compartimenti stagni, la sceneggiatura a sei mani alterna pedantemente realismo e metafore, brillando a malapena nei momenti in cui la componente “fantastica” padroneggia su tutte le altre.
Tra populismo imperante e ambigue persecuzioni, Laplace convince nei panni della vittima/spettatrice che cerca di dare un senso al ciclico caos dello scontro dei due mondi, rimanendo al contempo avvinghiato in una sorta di Edipo Re al rovescio, in cui è il padre a sviluppare desideri inconsci che lo guidano alla conquista di un trono della disgrazia. Incapace di trascendere il tessuto dei rapporti, La Guerra del Maiale preferisce omaggiare il cinema del passato e sfruttare Nanuk l’eschimese come ponte per il macchinoso finale, dando vita all’ennesima lezione di vita sull’inesorabilità del tempo.