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La La Land: l’estetica del nulla travestita da cinema

Ovvero: come trasformare il musical in un gadget emozionale per adulti nostalgici.

La La Land è uno di quei film che chiedono continuamente allo spettatore di notarli. Non di entrarci, non di abitarli, ma di riconoscerne i segni: il formato largo, i colori saturi, il pianoforte, il jazz, Los Angeles come mito.
È un cinema che vive di citazioni esibite, non di scelte necessarie. Ogni inquadratura sembra dire “ricordi questo?” e mai “guarda questo”.

Il film non costruisce uno sguardo sul mondo, ma una vetrina di riferimenti. Il risultato non è un dialogo con la storia del musical, bensì un suo riassunto illustrato, rassicurante, immediatamente decodificabile. Un cinema che non pretende attenzione, solo approvazione.

L’illusione del virtuosismo: piani-sequenza senza senso

I tanto celebrati piani-sequenza non sono strumenti narrativi, ma prove tecniche. Non articolano lo spazio, non producono tensione, non modificano la percezione dei personaggi: servono esclusivamente a essere notati.
È la differenza tra il gesto che genera senso e il gesto che chiede applausi.

Qui la regia non pensa, si esibisce. Ogni movimento di macchina è chiuso in se stesso, autoreferenziale, incapace di creare una vera relazione tra spazio, corpo e musica. Il cinema classico usava il virtuosismo come rischio; La La Land lo usa come certificato di competenza.

Colori come arredo: l’estetica da cartolina

I colori di La La Land sono spesso descritti come espressione emotiva. In realtà funzionano come arredamento visivo. Non evolvono, non reagiscono al dramma, non raccontano trasformazioni interiori. Sono superfici gradevoli, pensate per essere ricordate più che sentite.

Los Angeles diventa una città irreale, priva di attrito sociale, di contraddizioni, di vita vera. Non è uno spazio drammatico, ma uno sfondo decorativo, una città-fantasma progettata per non disturbare mai il sogno. Il colore non è linguaggio: è filtro.

Un musical che si vergogna del corpo

Il musical, storicamente, è il genere dell’eccesso: il momento in cui il corpo rompe la narrazione realistica e prende il potere. La La Land fa esattamente il contrario. Qui il corpo è trattenuto, la danza educata, il canto esitante. Ogni numero sembra chiedere il permesso di esistere.

Non c’è trance, non c’è vertigine, non c’è perdita di controllo. È un musical per spettatori che non vogliono davvero essere messi in discussione, che accettano l’astrazione solo se resta contenuta, spiegabile, innocua. Il genere viene neutralizzato, reso presentabile, privato della sua forza destabilizzante.

L’amore senza ferite

Anche il racconto sentimentale è sotto la stessa anestesia. La La Land parla di sogni e rinunce, ma non conosce il dolore. I conflitti sono teorici, mai materiali. La separazione finale, celebrata come gesto di maturità, è in realtà una malinconia di design: elegante, controllata, priva di conseguenze.

Il film immagina ciò che sarebbe potuto essere, ma non ha il coraggio di confrontarsi con ciò che è stato perduto. È una nostalgia programmata, che consola invece di ferire. L’amore non trasforma, non lascia cicatrici, non mette in crisi l’identità: passa come una bella stagione.

Il populismo della nostalgia

Il vero cuore ideologico del film è il suo populismo emotivo. La La Land promette profondità senza mai praticarla, vende nostalgia come contenuto, trasforma il cinema in un’esperienza di autoconferma. Lo spettatore non viene mai disturbato, solo blandito.

Il messaggio è semplice e perfettamente compatibile con una visione meritocratica e rassicurante del mondo: se ami davvero qualcosa, ce la farai; se rinunci, lo farai con stile; se perdi, non perderai troppo. Le strutture sociali, economiche, culturali non esistono. Esistono solo individui talentuosi in un universo gentile.

Un film che non serve

In definitiva, La La Land è un film che simula il rischio senza correrlo, che imita il cinema senza comprenderne la radicalità, che parla di arte senza conoscerne il prezzo. È elegante, sì. Piacevole, certo. Ma completamente innocuo.

Un film che non ferisce, non interroga, non lascia traccia.
E un film che parla d’amore e di cinema senza lasciare traccia è, semplicemente, un film inutile.

FAQ – Domande frequenti su La La Land

La La Land è davvero un film romantico?

Solo in superficie. Più che raccontare un amore, mette in scena un’idea astratta e rassicurante di sentimento, priva di reale conflitto o trasformazione.

Perché La La Land è considerato populista?

Perché offre emozioni semplificate, nostalgia facilmente consumabile e un messaggio meritocratico che evita qualsiasi complessità sociale o artistica.

Il film è un vero musical?

Tecnicamente sì, ma privo della radicalità del genere. Canto e danza sono trattenuti, educati, mai realmente liberatori.

La regia di Damien Chazelle è innovativa?

Più che innovativa, è calligrafica: cita il passato senza reinterpretarlo e utilizza il virtuosismo come ornamento, non come linguaggio.

Perché il finale non è davvero coraggioso?

Perché immagina ciò che non osa vivere. È una malinconia controllata che consola lo spettatore invece di metterlo di fronte alla perdita.

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