In Loro 1 Paolo Sorrentino racconta quella parte d’Italia che come un satellite in orbita attorno a Giove pende dalle labbra di Silvio Berlusconi, immor(t)ale Zeus della politica nostrana. In Loro 2 l’analisi si sposta sulla sfera privata di “Lui” e sugli effetti degli scandali più recenti che lo coinvolgono. Senza mai allontanarsi dall’Olimpo di Villa Certosa, il regista de Il Divo propone un’opera strutturalmente simmetrica al primo tempo, ma all’opposto per il contenuto.

Nonostante il cerone e il sorriso sornione sfoggiato in ogni circostanza, il triste Berlusconi di Sorrentino ha “l’alito da vecchio”, ma non può fare a meno di desiderare il ritorno alle origini da impresario. La chiamata di “Lui” in veste di venditore immobiliare a una donna scovata per caso sull’elenco telefonico evidenzia il talento da piazzista del fondatore di Mediaset e lo conferma come “uomo del fare” incapace di rimanere solo coi propri ricordi. In questa sequenza di Loro 2 la sceneggiatura firmata anche da Umberto Contarello raggiunge lo stato di grazia e offre a Servillo lo spazio adatto a mostrare versatilità nella modulazione della voce.
Tra split screen, zoom a schiaffo e primi piani asfissianti, il regista de La Grande Bellezza dispone i personaggi come pupazzi in un Eden fatto di cartapesta, forzando lo sguardo sul playground infantile di un eterno bambino che ha paura di crescere e che cerca spettatori a cui mostrare l’eruzione del finto vulcano. La messa in scena diventa finzione al quadrato perché la luce del “Re Sole” oscura la vera natura degli individui ammassati nei livelli più bassi della piramide del potere.