The habit of beauty è l’esordio in un film di finzione per il documentarista Mirko Pincelli che con mano decisa dirige la sceneggiatura di Enrico Tessarin.

La sceneggiatura di The habit of beauty presenta fin da subito un buco piuttosto pensante: non viene detto il perché la coppia si trasferisce oltremanica. Questa elisione narrativa rende disunite la parte italiana e quella inglese, gravando sulla compattezza della storia. Tuttavia il problema può essere sorvolato, invece, per l’assenza di elementi che stemperano i toni, risulta davvero difficile superare la retorica e la ridondanza con cui vengono trattati l’elaborazione del lutto, la malattia e la violenza urbana.
La regia di The Habit of Beauty è efficace anche se un po’ acerba. Pincelli inserisce in quasi tutte le inquadrature elementi di disturbo che non sempre danno un sostegno narrativo alla scena, molte volte questi elementi intaccano la pulizia dell’immagine distogliendo l’attenzione e annientando la profondità di campo.
Ben riuscita e interessante a livello visivo la sequenza iniziale dell’incidente in riva al lago, ma, col procedere della vicenda, The Habit of Beauty affonda in un mare di noia causata dal peso della retorica della sceneggiatura che ha il suo apice con la chiusa della storia personale di Ernesto.