The habit of beauty è l’esordio in un film di finzione per il documentarista Mirko Pincelli che con mano decisa dirige la sceneggiatura di Enrico Tessarin.

Il fotografo Ernesto (Vincenzo Amato) e la gallerista Elena (Francesca Neri) erano una coppia felice fino al tragico incidente che ha strappato loro il figlio Carlo. Il dramma della perdita li ha segnati irreparabilmente e allontanati l’uno dall’altra. Ernesto, trasferitosi in Inghilterra, tiene dei corsi di fotografia in prigione, dove conosce il teppistello dall’animo buono Ian (Nico Mirallegro) e, colpito dal suo innato talento, lo prende sotto la sua ala protettrice appena il ragazzo torna in libertà. Intanto Ernesto scopre di avere una malattia terminale e perciò cerca di ricongiungersi con Elena, di esporre le sue opere per un’ultima volta e di far conoscere il suo pupillo..

La sceneggiatura di The habit of beauty presenta fin da subito un buco piuttosto pensante: non viene detto il perché la coppia si trasferisce oltremanica. Questa elisione narrativa rende disunite la parte italiana e quella inglese, gravando sulla compattezza della storia. Tuttavia il problema può essere sorvolato, invece, per l’assenza di elementi che stemperano i toni, risulta davvero difficile superare la retorica e la ridondanza con cui vengono trattati l’elaborazione del lutto, la malattia e la violenza urbana.

La regia di The Habit of Beauty è efficace anche se un po’ acerba. Pincelli inserisce in quasi tutte le inquadrature elementi di disturbo che non sempre danno un sostegno narrativo alla scena, molte volte questi elementi intaccano la pulizia dell’immagine distogliendo l’attenzione e annientando la profondità di campo.

Ben riuscita e interessante a livello visivo la sequenza iniziale dell’incidente in riva al lago, ma, col procedere della vicenda, The Habit of Beauty affonda in un mare di noia causata dal peso della retorica della sceneggiatura che ha il suo apice con la chiusa della storia personale di Ernesto.