Il ragazzo dai pantaloni rosa di Margherita Ferri, ispirato alla vita di Andrea Spezzacatena, è un racconto luminoso che vuole ricordare e far sperare.

Presentato alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Grand Public, Il ragazzo dai pantaloni rosa è un racconto straordinariamente vitale e gioioso, dedicato al giovane Andrea Spezzacatena, un film che celebra il buono prima della cronaca, la vita prima della morte e lo fa con una delicatezza degna della storia che lo precede.

La regista, Margherita Ferri, ha adottato un modo meraviglioso di approcciarsi alla storia, come anche tutto il cast, creando un film ironico, gioioso, traboccante di colori e in cui il rosa è solo una delle tante sfumature del protagonista Andrea.

Certo, è ovvio che la realtà dei fatti permei tutta la narrazione di una latente drammaticità soffocata, quella di chi sa di cosa si sta parlando e di come la storia andrà a finire, ma la scelta della regista e dello sceneggiatore Roberto Proia è azzeccatissima, ossia lasciare che ciò che deve accadere accada fuori campo, non mostrato perché non necessario, il fulcro del film è la vita di Andrea Spezzacatena e, soprattutto, il suo speciale rapporto con sua madre Teresa Manes.

Il ragazzo dai pantaloni rosa: trama del film dedicato ad Andrea

Il film, per scelta della regista dopo un accorato incontro con Teresa Manes, sceglie di ricordare Andrea utilizzando il suo carattere come linea guida per la narrazione.
Come lui, quindi, Il ragazzo dai pantaloni rosa è un film che, almeno nella prima parte, diverte, fa sorridere, scherza sulla gioventù, si concentra sulle amicizie, sulle incomprensioni, sulla quotidianità di una bella famiglia e su un rapporto complice e delicato tra una madre e suo figlio.

Tutto è narrato dalla voce di Andrea che in prima persona racconta chi è stato e chi sarebbe potuto essere, cosa lo ha reso felice e cosa, invece, l’ha spento.
Dalla nascita all’infanzia fino all’adolescenza, la macchina da presa segue Andrea, qui con il volto del bravo ed espressivo Samuele Carrino che, con la meravigliosa Claudia Pandolfi, nei panni di Teresa Manes, ha una splendida intesa, degna di un sincero rapporto madre figlio, tra i due attori c’è una bella chimica e la pellicola ne giova molto.

I due protagonisti sono il traino dell’intero film, complici, amorevoli, intimi e legati da un bene e una stima che va oltre ogni cosa, ed è proprio qui che la regista si sofferma, sugli sguardi fieri e traboccanti d’amore della Pandolfi che restituiscono gioia al pubblico e preannunciano, ad uno spettatore consapevole, la portata del dolore della donna.

Poi c’è la vita di Andrea oltre la sua famiglia, a scuola, nel coro, al cinema e sempre, o quasi, insieme alla sua amica del cuore, la sua anima affine, la sua confidente Sara, interpretata dalla sempre più brava Sara Ciocca. A fare da contraltare ad un giovane vitale e, almeno apparentemente, risolto e a proprio agio con se stesso c’è Christian, amico-nemico di Andrea, che lo accoglie e rifiuta a giorni alterni, in un pericoloso gioco di distruzione dell’altro per affermare se stesso.

Christian è il bullo, personificazione del buio che arriva nella vita delle vittime e Andrea Arru, il volto dietro questo difficile personaggio, riesce a trasmettere al pubblico un immagine odiosa quanto inconsapevole; un ragazzo insicuro che pecca di leggerezza, quel tanto che basta per distruggere una vita.

Lui è la molla che fa scattare tutti gli altri, lui decreta l’inizio delle torture a parole di Andrea, degli insulti, degli scherzi di cattivo gusto, delle botte e, in poco tempo, quell’uno che si trasforma in tanti finirà per costruire la gabbia in cui il protagonista si sentirà solo e con spalle al muro.

Le parole possono uccidere, il silenzio può uccidere

Ma, aldilà delle inevitabili lacrime per quello che si sa che arriverà e di cui avremo l’unico presagio nell’ultimo e straziante abbraccio tra Andrea e Teresa, dato come fosse l’ultimo saluto del ragazzo colmo d’amore e tristezza, Il ragazzo dai pantaloni rosa non è questo, perché Teresa Manes non voleva questo.

La sua richiesta alla regista è stata quella di un film pieno di vita, come lo era Andrea e, dopo averlo visto, si può dire che il suo volere è stato rispettato. Il film è la storia della vita di Andrea Spezzacatena, non della sua morte, è un ricordo sorridente e colorato dai toni giovani e puliti perché c’è stato tanto di bello in quella vita vissuta intensamente: passioni, interessi, amore incondizionato per la sua bella famiglia, con un fratellino piccolo da proteggere, una madre da amare e un padre, qui interpretato al meglio da Corrado Fortuna, con cui sorridere e giocare. Andrea era piccolo ma già grande, intelligente e profondo e forse più legato agli altri che a se stesso.

Tu ti preoccupi sempre troppo per gli altri, ma anche tu sei piccolo

Insomma, libero da stereotipi e giudizi, il film non punta il dito contro nessuno, è “solo” un monito per il pubblico, e soprattutto per le nuove generazioni ad essere migliori di così; non ci sono buoni o cattivi, ma sono solo ragazzini inconsapevoli che, pur di crearsi un personaggio “forte” arrivano a fare del male a chi ha come unico desiderio quello di esprimere se stesso in totale libertà. Ed è per questo che il film è capace di parlare ad un pubblico vastissimo: alle vittime di bullismo in primis, ma anche agli stessi bulli, senza troppa retorica, solo attraverso la verità di una storia che nessuno vorrebbe mai ascoltare, ma estremamente necessaria da raccontare.

Proprio a questo punto ci si chiede come sia stato possibile che, all’anteprima del film Il ragazzo dai pantaloni rosa presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma, il pubblico di giovani ragazzi delle scuole abbia potuto fischiare, deridere e insultare il protagonista del film, ricreando quel circolo vizioso che il film stesso cercava di spezzare.

Indignarsi, probabilmente, non ha neanche senso, se qualche sporadico giovane non capisce la portata della storia reale che gli si sta raccontando forse la cosa migliore è spiegarla ancora, spiegarla a scuola finché non si assimili completamente e si arrivi a ripudiare un atteggiamento così stupido perché non c’è nulla da ridere nella sofferenza.
Il film andrebbe portato nelle scuole? certamente, ma anche spiegato, bisogna parlare di quello che non si capisce e insegnare a comprendere l’altro.

Il ragazzo dai pantaloni rosa: Andrea, Teresa e la speranza nel futuro

La vera storia di Andrea Spezzacatena, o almeno la piccola quanto tragica parte della sua vita nota alle cronache italiane, è quella di un giovane spezzato troppo presto, ucciso dalle parole dei coetanei e dal silenzio in cui sperava di sprofondare.

Uno dei primi casi italiani di suicidio dovuto al cyberbullismo (era il 2012 quando Andrea ha deciso di porre fine al suo dolore e quindi alla sua vita) oggi è diventato un film, un ricordo dolce e vitale indirizzato ai più giovani, una sorta di speranza consegnata nelle mani di chi, oggi, può fare in modo che questo non accada ancora; anche se il presente continua a smentire le nostre più rosee aspettative.

La madre di Andrea, la fortissima Teresa Manes, che in memoria di suo figlio ha scritto il libro Andrea oltre il pantalone rosa è la forza motrice di tutto, il contenitore più grande dei ricordi di suo figlio e colei che ha messo insieme tutti i pezzi per rispondere ad una sola domanda che in questi casi tortura chi resta: perché?

Il perché Teresa lo scopre su Facebook dove i commenti, i video, le foto e le prese in giro ad Andrea l’hanno catapultata in una realtà che non conosceva e che ha deciso di trasformare in un messaggio di speranza, in lotta al silenzio, in sensibilizzazione e tanta, tanta conoscenza dell’altro.

Il brano composto per accompagnare il racconto de Il ragazzo dai pantaloni rosa è Canta ancora di Arisa.