Di film originali, strambi e parecchio sui generis il Trieste Science + Fiction Festival, come da tradizione, ne ha sempre offerti tanti, quasi tutti orgogliosamente ancorati alla dimensione sperimentale, al B-Movie, ad una realtà artistica in cui fantasia e audacia, così come una lettura originale del mondo, sono protagonisti.
Bisogna però dire che questo Jumbo, scritto e diretto da Zoé Wittock e presentato all’ultimo Sundance Festival, è davvero fuori da ogni schema anche per questa rassegna, in virtù di un iter narrativo in cui la dimensione della fiaba di perraultiana memoria, si fonde con una riflessione tutt’altro che banale sull’umanità ed il suo rapporto con la tecnologia.
Protagonista è la giovane ed introversa Jeanne (Noémie Merlant), figlia dell’immatura e stralunata Margerette (Emmanuelle Bercot), che invece di ascoltare ed essere vicina ad una ragazza fragile ed insicura, è impegnata a cambiare compagno ogni sera.
Tutto cambia però quando Margerette (che sbarca il lunario nel luna park della città), scopre improvvisamente che Jumbo, la nuova giostra volante del parco divertimenti, è una entità dotata di personalità ed intelligenza. In breve tra la ragazza in crisi d’identità e la macchina, comincerà una strana, disturbante ed imprevedibile storia d’amore.
Cominciamo subito col dire che Jumbo non è un film di facile fruizione o comprensione, non perché la regia della Wittock sia chi sa che ingarbugliata matassa o per la storia in sé, quanto piuttosto per un’audacia di scrittura che sovente lascia lo spettatore se non spaesato, quantomeno assediato da emozioni contrastanti.
Forti sono i riferimenti a La Bella e la Bestia, così come a La Sirenetta: il tema della trasformazione, dell’amore impossibile dietro il quale si cela il rifiuto della realtà è l’anima di questo film, che però non disdegna anche di parlare di altro come le difficoltà relazionali del mondo moderno, e di come essere diversi sia imperdonabile (almeno per gran parte della società).

C’è l’eco molto preciso della discriminazione a cui ancora oggi chi appartiene al mondo LGBT è costretto a subire, Jumbo racconta l’intolleranza e la cecità presenti anche all’interno del proprio nucleo familiare, di cui la Bercot ci dona un quadro desolante con la sua Margerette, eterna ragazza da una notte e via.
Molto presente anche il riferimento alla prima volta, all’angoscia, la paura, l’ansia da prestazione, a quanto essa sovente non sia condizionata dal desiderio o dal sentimento, ma dalla volontà di conformarsi, di non sentirsi esclusa e di far parte di quel mondo escludente di natura.
Tutto questo è messo dentro e mescolato come in un gigantesco minestrone, manca un po’ una direzione chiara, una fluidità necessaria per rendere Jumbo digeribile anche da un pubblico più vasto, che viene un pochino maltrattato dalla Wittock che sviluppa le dinamiche narrative e interne alla protagonista in maniera troppo frammentaria.
Noémie Melant è però davvero brava, intensa, credibilissima, armata da due occhioni da cerbiatto ed un taglio di capelli alla Valentina di Crepax che la rendono una sorta di Lolita 2.0, connessa in modo alquanto originale alla dimensione alienante e predominante della tecnologia sui veri rapporti umani.
Il suo amore sovente rimanda alla dipendenza della moderna umanità verso le macchine, gli stimoli artificiali che sostituiscono quelli reali, il freddo silicio, metallo o plastica che diventa più importante della carne e del sangue.
Tale tematica però viene anche presentata in modo inusuale: non la conseguenza, ma la causa di un’umanità sempre più egoista, immatura e insensibile.
Jumbo è un’opera non per tutti, ma sicuramente un film coerente e interessante.
