Dopo Parthenope, secondo atto di un’epifania sulla giovinezza iniziata con È stata la mano di Dio (che per un attimo era pur sembrato un momento di svolta nella carriera del regista), La Grazia di Paolo Sorrentino ha piuttosto il gusto di un ritorno.

Ritorna il sapore democristiano del compromesso, “l’odore delle case dei vecchi” tanto amato da Jep Gambardella e le penombre dei luoghi di potere tra il Palazzo Chigi di Andreotti e il Vaticano di Lenny Belardo.

Ma il nuovo film del regista premio Oscar, che ha aperto così l’82. Mostra del cinema di Venezia, riesce a ritagliarsi un’autonomia nella sua filmografia che non manca di stupire.

Giunto al Lido nella più completa riservatezza, La Grazia mette in scena gli ultimi mesi di presidenza della Repubblica di Mariano De Santis (un Toni Servillo come sempre eccezionale, ma qui intimamente in sottrazione). L’ex democristiano (che non può che trovare facili omologie nella realtà), affiancato dalla figlia Dorotea (Anna Ferzetti), deve affrontare gli ultimi dilemmi etici: firmare o meno la legge sull’eutanasia e concedere la grazia a due detenuti.

Il termine di una lunga e onorata carriera all’insegna del motto aristotelico “In medio stat virtus” si rivela un momento di transizione nevralgico nella vita di “cemento armato” (un soprannome esplicativo quello del presidente) capace di smuovere la sua proverbiale inamovibilità, mentre i ricordi della defunta moglie Aurora lo perseguitano con il peso di un’ossessione.

Tenendosi in uno spregiudicato equilibrio tra dramma e commedia (in entrambi gli estremi raggiungendo i toni probabilmente più intensi della sua filmografia), Sorrentino costruisce una narrazione apparentemente delicata eppur gravosa, che ben riecheggia i molteplici dubbi sul futuro, ma anche sul passato, che attanagliano la mente del Presidente.

Il profondo senso civico degli Alpini e, in particolar modo, un conflitto irrisolto con la moglie, si ripresentano nella memoria irrequieta del protagonista, i cui ricordi della figura fantasmatica di Aurora rappresentano uno di quei momenti visivamente sublimi della messinscena di Sorrentino (mai così priva di barocchismi e delicatamente funzionale alla narrazione).

Piuttosto che entrare in conflitto tra loro, però, ciò che è stato e ciò che sarà, le intime rievocazioni e le decisioni giuridiche sul futuro del paese, l’amore e la morte si (con)fondono in maniera melliflua, divenendo infine l’una motore per il districamento dei dilemmi dell’altra.

La nuova pellicola di Sorrentino è, dunque, un poetico condensato di suggestioni sull’amore e sul dubbio, sui ricordi e sulle ossessioni, sull’Italia e sui rapporti familiari, il quale però rischia di perdere profondità, di “non respirare” per citare il film, non riuscendo a trovare un’organica e solida combinazione. La Grazia per Paolo Sorrentino questa volta non sarà divina, ma di certo rimane assolutoria.