Jay Kelly, un attore immaginario nato della piuma di Noah Baumbach ed Emily Mortimer, arriva sullo schermo in concorso all’82esima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia all’apice della sua carriera. Il film Jay Kelly è una commedia che ripercorre le sensazioni nostalgiche dell’indimenticabile Charles Aznavour con Hier encore oppure le atmosfere malinconiche di Frank Sinatra, che nel 1969 stupì tutti con la sua My Way.

La sinossi di Jay Kelly

Jay Kelly — interpretato da George Clooney — è un famoso attore cinematografico.
Nel momento più alto del suo successo lavorativo, si trova a dover tirare le somme sulla persona che è e su quello che ha fatto nel corso del suo tempo. Insieme al suo agente Ron (Adam Sandler), decide di intraprendere un viaggio in Europa, tra la Francia e l’Italia, per stilare questo resoconto di vita e scontrarsi con ciò che non è stato in grado di essere, soprattutto per le sue figlie.

Una commedia per intrattenere: tra una risata e una critica

Essendo Noah Baumbach interessato ai sentimenti umani, bravo nell’introspezione — regista del delicato e dolce Marriage Story del 2019 — sicuramente è un film al quale avrebbe potuto dare di più.

La risoluzione dei constrasti molto spesso risulta superficiale e non riesce a cavalcare fino in fondo l’onda. Chiedersi chi si è, e soprattutto chi si è stati, non può essere risolto da una semplice successione di clip di spezzoni di film, di momenti di vita vissuta e di un passato irrisolto che torna assordante. Richiede molto più sforzo e comprensione. Non basta neppure la corsa nella foresta.

Tirando le somme, quello che risulta “troppo” in questo film sono i numerosi “momenti pubblicitari” presenti, in particolare di una Francia e di un’Italia perdute ormai nel tempo, a discapito dei momenti di profondi. Il risultato è una piacevole vicenda comica, senza oscillazioni di sorta. Un film poco impegnativo, ma sicuramente di intrattenimento. Una tematica difficile, quasi un topos, trattato da molti registi e comune nel mondo dell’arte, ma evidentemente maltrattata questa volta da Baumbach e Mortimer.

Interessante, invece, è stata la metafora delle porte che si aprono sui ricordi. Questo dettaglio ha reso il montaggio più fluido: non flashback con fumo, luce e nuvole, ma immagini nitide di una vita fatta di porte, portoni e portoncini che danno sul presente, nonostante siano chiuse da giorni, mesi o anni.