Siamo rimasti (quasi) tutti piacevolmente colpiti quando nel 2015 il giovane cineasta ungherese László Nemes presentava al Festival di Cannes Il Figlio di Saul, suo primo lungometraggio distintosi in modo particolare per il singolare approccio registico adottato e che si è aggiudicato dapprima il Grand Prix Speciale della Giuria, poi addirittura il Premio Oscar al Miglior Film Straniero. Ma se, tuttavia, in molti hanno notato un certo “calo” appena tre anni dopo con Tramonto, ecco che il pubblico lidense dell’82° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia ha decisamente storto il naso davanti a Orphan, il terzo lungometraggio dell’autore, che in questa particolare occasione sta concorrendo addirittura per l’ambito Leone d’Oro.

Le basi per un film potenzialmente interessante, di fatto, ci sono: ci troviamo nel 1957. Il giovane Andor (impersonato da Bojtorján Barábas), di origini ebraiche, è nato durante la Seconda Guerra Mondiale e, ricongiuntosi con sua madre Klára (Andrea Waskovics) al termine del conflitto bellico, è cresciuto con il “mito” di suo padre, ucciso in un campo di concentramento. Nel momento in cui, tuttavia, gli verrà presentato Berend (Grégory Gadebois), un uomo al primo impatto brutale che si scoprirà essere il suo vero padre, il bambino lo crederà un impostore, anche in luce di alcune verità emerse dopo molti anni.

Siamo d’accordo: László Nemes con la macchina da presa sa indubbiamente regalarci momenti visivamente accattivanti (come, giusto per fare un esempio, l’immagine di una ruota panoramica illuminata all’interno di un parco giochi semi abbandonato o il classico pedinamento zavattiniano, a lui particolarmente caro già dai tempi della sua opera prima). E, di fatto, non è la regia il vero punto debole del presente Orphan. O meglio, non direttamente. Quando, infatti, proprio secondo i principi del pedinamento zavattiniano, la macchina da presa si mette a seguire costantemente un unico personaggio, mostrandoci gli eventi esclusivamente dal suo punto di vista, tale personaggio ha praticamente l’obbligo di essere ben scritto, solido, incredibilmente robusto.

Questo, tuttavia, purtroppo non vale per il nostro Andor. Il bambino, infatti, è un vero e proprio tallone d’Achille per Orphan, un personaggio con cui non si riesce mai realmente a empatizzare (e – diciamolo pure – ce ne vuole, se pensiamo che si tratta comunque di un bimbo ancora fortemente traumatizzato dalla recente guerra e dalla rivolta contro il regime comunista), una figura che, paradossalmente, si lascia quasi odiare man mano che si va avanti con la messa in scena (senza voler assolutamente spoilerare il film, s’intende).

Come si traduce, dunque, tutto ciò, da un punto di vista prettamente narrativo? Semplice: con una storia pericolosamente forzata e spesso addirittura poco credibile che, malgrado la drammaticità dei temi trattati, finisce inevitabilmente per strappare qualche risata involontaria (memorabili, in tal senso, le tanto naturali quanto addirittura auspicate sfuriate di Berend). Triste ma vero. Se a tutto ciò aggiungiamo una struttura narrativa in cui per oltre la metà del film non succede praticamente nulla di realmente rilevante e sottotrame eccessivamente deboli (vedi la mai realmente approfondita storia dell’amica di Andor e della relativa famiglia), ci rendiamo conto di come il nostro László Nemes con Orphan abbia preso un vero e proprio scivolone. Cosa ne penserà la giuria veneziana?