Il tempo. Lo spazio. L’atto del guardare. Il Cinema. In che modo tali entità si possono “manipolare” sul grande schermo, al fine di dar vita alle più disparate riflessioni, sfruttando al massimo tutte le potenzialità che la settima arte stessa ha da offrirci?

I Quay Brothers (ossia gli statunitensi Stephen e Timothy Quay) hanno praticamente basato l’intera loro carriera sul desiderio di sperimentare, di cercare costantemente nuovi linguaggi cinematografici, dando vita a qualcosa di innovativo, facendo tesoro, al contempo, di quanto realizzato in passato.

Partendo, dunque, da tali lodevoli intenti, i due gemelli hanno realizzato, nel corso della loro lunga e prolifica carriera, vere e proprie perle del cinema d’avanguardia, in cui stop motion, live action e un ricercato commento musicale hanno dato vita a delle vere e proprie perle. Stesso discorso vale per il lungometraggio Sanatorium under the Sign of the Hourglass, presentato in anteprima mondiale in occasione dell’81° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, in concorso alle Giornate degli Autori.

Sanatorium under the Sign of the Hourglass: il film che non ci si aspetta

Già da una prima, sommaria lettura della sinossi di Sanatorium under the Sign of the Hourglass capiamo immediatamente perché. All’interno di un luogo non ben identificato si sta svolgendo un’asta. L’oggetto presentato è una camera ottica di legno con sette lenti e un cassetto nascosto.

All’interno di tale cassetto pare sia contenuta la retina del suo proprietario, la quale, a sua volta, si scioglie una volta l’anno (se correttamente posizionata in base ai raggi del sole), proiettando le ultime immagini viste dal defunto.

Immagini indefinite si susseguono sullo schermo a mo’ di pellicola cinematografica. E così, la storia del nostro Jozef, che viaggia in treno al fine di raggiungere il capezzale di suo padre all’interno di un fatiscente sanatorio, prende magicamente il via.
Cosa ci aspetterà d’ora in avanti?

Affascinanti burattini che si muovono in stop motion. Personaggi in live action che vanno magicamente a sostituirli, per poi ritornare alla loro forma iniziale. Uno sfocato bianco e nero che, tramite numerose dissolvenze, ci trasporta con leggiadria da un livello all’altro, in modo che noi stessi fatichiamo a comprendere cosa faccia parte del mondo di Jozef e cosa, invece, appartenga a un’altra dimensione spazio-temporale.

Personaggi che si sdoppiano, che si moltiplicano, che si perdono e si ritrovano in continuazione senza sapere quale sarà il loro destino. Sanatorium under the Sign of the Hourglass è tutto questo e molto altro. E nella sua forma ibrida e visivamente accattivante, che rifiuta categoricamente ogni struttura narrativa classica e lineare, rende, al contempo, anche un sincero e riverente omaggio alla storia del cinema.

Immagini che ci rimandano direttamente al cinema di Robert Wiene ci colpiscono già dai primi fotogrammi, quando ci viene presentata, all’asta, la suddetta camera ottica. Una tanto rudimentale quanto curata stop motion, al contempo, ci accompagna per mano in un mondo gotico, inquietante e magnetico allo stesso tempo, dalle atmosfere che tanto ci ricordano il grande Edgar Allan Poe.

A proposito di Edgar Allan Poe, impossibile non pensare anche a Jean Epstein e al suo capolavoro La Caduta di Casa Usher (1928). Con Sanatorium under the Sign of the Hourglass, dunque, i Quay Brothers hanno ancora una volta colto nel segno, regalandoci una delle più belle chicche di una – ahimé! – tiepidina Mostra del Cinema. E ben venga quando si resta così piacevolmente confusi, così incredibilmente ipnotizzati!