La pellicola che ha aperto la sezione “Un certain regard” a Cannes 2013, porta la firma di Sofia Coppola. La regista italoamericana dirige la sua quinta opera dal titolo “Bling ring” partendo da una storia vera.

Un gruppo di teenager di Los Angeles, perversamente attratti dal jet-set e dal glamour più patinato, penetra nelle abitazioni private dei divi hollywoodiani per appropriarsi di abiti e accessori costosi. I furti hanno cadenza quasi quotidiana e i bottini rappresentano a pieno le estreme conseguenze del desiderio emulativo perpetuato attraverso l’appropriazione degli oggetti status symbol delle star. Avendo svaligiato abitazioni famose per un totale di quasi tre milioni di dollari, i cinque ragazzini vengono individuati e fermati dalle autorità.

La Coppola, quasi come caratteristica autoriale, torna a occuparsi di adolescenza con particolare attenzione al delicato passaggio all’età adulta. Con pellicole come “Il giardino delle vergini suicide” o “Somewhere”, la regista esponeva un qualche punto di vista personale in materia, questa volta invece tende semplicemente a descrivere le vicende riportando gli avvenimenti in maniera puntuale, senza mai interrogarsi sulle cause.

La cosa che sconvolge è il desiderio costante dei giovani protagonisti di conformarsi al mondo degli adulti, attraverso quegli oggetti così costosi e inarrivabili per un ragazzino, e non di ribellarsi ad esso.

Il messaggio evidente che la regista di “Marie Antoinette” ha voluto lanciare è che ormai gli adolescenti hanno perso tutti i valori perché l’avere ha surclassato l’essere, quindi apparire e ostentare sono l’unica via per affermare la propria personalità.

La visione corre veloce come un servizio televisivo sulla moda – Sofia Coppa non nega di essersi avvicinata alla vicenda attraverso un articolo di cronaca di “Vanity fair”- abbandona i lunghissimi e dilatatissimi tempi di narrazione dei precedenti film, realizza un film a tratti quasi nevrotico, che annoia poco e dove il ritmo è incalzante. Abbandonando i tempi allungati e quasi noiosi la regista accantona anche i movimenti di macchina e i virtuosismi stilistici, per una regia di stampo più televisivo.

Dopo la visione del film si rimane quasi basiti difronte a come argomenti interessanti e importanti a livello sociale vengano trattati con troppa leggerezza, senza mai soffermarsi su nulla, addirittura le fasulle dichiarazioni dei teenager sono solo abbozzate, come se ci sia la voglia e la paura di chiudere in fretta la narrazione per non annoiare. La frivolezza dei teenager, della storia e dello stile è ben sottolineata anche da un tappeto musicale composto da chiassosa musica “house” ed elettronica, che si sposa bene con la storia, ma fa pregare che in sala il volume si abbassi.

L’elemento che maggiormente fa giudicare negativamente il film è la recitazione: la banda di ragazzini, capitanati da Emma Watson (Hermione della saga di Harry Potter) non è capace di fare espressioni: le urla, i pianti, le risate sembrano sempre forzati e mai genuini.

La Coppola si allontana dal suo terreno cinematografico, si spinge verso nuovi lidi annaspando in un mare di glitter ed accessori a la page e, priva di qualsiasi appiglio narrativo o stilistico, non riesce a convincere ed appassionare. Purtroppo con Bling Ring cade proprio in quella rete che i suoi detrattori più accaniti le tendono ormai da tempo: il detestato raffronto con il padre Francis, che quarantuno anni fa realizzava “Il Padrino” mentre Sofia, all’età di quarantadue anni, è ancora alla ricerca di un linguaggio narrativo che risulti tanto convincente da tenerla a galla.