Un sogno che si realizza, quello di Luca Guadagnino che, dopo le atmosfere leggiadre e vivaci di Chiamami col tuo nome, torna a raccontare un amore omosessuale adattando le pagine ossessive, malsane, tossiche di William S. Burroughs. Progetto accarezzato fin dalla sua prima lettura a diciassette anni, con la gravosa consapevolezza non solo di dover confrontarsi con un capolavoro della beat generation, ma anche con la sfuggente essenza dello stile allucinato dello scrittore, il regista italiano finalmente presenta in concorso all’ 81. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia Queer.

Seguendo alquanto fedelmente le vicende (per lo più) autobiografiche dell’omonimo romanzo breve di Burroughs, la pellicola di Guadagnino rincorre i vagabondaggi asfittici di William Lee (un fragilissimo Daniel Craig, mai così lontano dai suoi giorni da 007), un americano espatriato a Città del Messico che trascorre le sue giornate fremendo alla ricerca ossessiva di qualcuno, o di qualcosa, che allevi la sua solitudine.
Tra alcol, droghe e ammiccamenti imbarazzanti l’uomo fa la conoscenza del giovane Eugene Allerton (il promettente Drew Starkey), «un pesce freddo, sgusciante, difficile da catturare» con il quale intraprenderà un amore asimmetrico, sbilanciato e distruttivo che li guiderà fino ai confini del mondo alla ricerca di una (auto)comprensione reciproca.

I titoli di testa, richiamando visivamente Untitled (Billboard of an Empty Bed) di Felix Gonzales-Torres mentre in sottofondo suonano le note di una cover di All Apologies, introducono fin da subito a una messinscena pop perfettamente affine alla filmografia di Guadagnino (colonna sonora d’effetto, ma abbastanza banale), che, però, si profonde in citazioni e simbolismi alla cultura queer tout court.
Cedendo rare volte alla sua più tipica (e stancante) indole dandy e bohemien, l’autore riesce comunque a raggiunge picchi di enorme fascinazione visiva cercando di trasporre quella narrazione discontinua, iperbolica, allucinata che in Burroughs si protende addirittura verso astruse figure metafisiche. Le immaginifiche visioni pensate dal regista (non sempre riuscitissime, ma di cui la prima carezza disincarnata del protagonista ne è una di immensa dolcezza) hanno tutta la potenza anche del grande cinema surrealista.
Nelle scenografie sudaticce e asfissianti del Messico a catturare è soprattutto la struggente performance di Daniel Craig, nei panni di Lee tormentato da un’ossessione lussuriosa e psicotropa mediante la quale cercare tragicamente l’auto-accettazione e la connessione emotiva con un altro essere umano.

Il protagonista di Queer, infatti, è un predatore disperato e insicuro che, inforcando gli occhiali a un tempo come localizzatore per la caccia, a un altro come rifugio dietro cui nascondersi, soffre quella pasoliniana «infinita fame d’amore, dell’amore di corpi senza anima» a cui pensa di poter sfuggire solamente entrando in simbiosi con Allerton. Così la ricerca dei due di una famigerata droga (lo yage) che renda possibile la telepatia diviene trasfigurazione del terrificante bisogno umano di entrare in sintonia con gli altri, di capire ed essere capiti, anche se ciò accadesse solamente con una persona.
Luca Guadagnino, nome luciferino per molti e messianico per tanti altri, si getta anima e corpo nell’omaggio, sinceramente sentito, a Burroughs e al suo caposaldo della cultura queer. Nonostante qualche neo manierista (e glamour) che il regista non sembra riuscire ad abbandonare, Queer è senz’altro uno degli esperimenti più arditi, una scommessa vinta solo a patto che si riesca a entrare in sintonia con una storia e un personaggio ostici, alle volte respingenti, ma profondamente evocativi ed empatici.
Leone d’oro al miglior film? Possibile. Premio Marcello Mastroianni? Probabile.

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