April è un film destabilizzante che indaga il rapporto tra la vita e la morte. Scritto e diretto da Dea Kulumbegashvili presentato in concorso alla 81esimo Festival di Venezia e vincitore del Premio Speciale della Giuria.
Parliamo di una storia forte, che ricerca la sua intensità attorno al delicato tema dell’aborto clandestino, praticato ancora diffusamente in molti paesi, tra cui la Georgia, Paese natale della regista.
Prodotto da First Picture, MeMo Films, Indipendent Film Project e la Frenesy Film di Luca Guadagnino, arriverà nelle sale per aprile 2025.
Nina è una ginecologa che esercita la sua professione in Georgia e che si ritrova coinvolta in una serie di indagini a suo carico per via della morte di un bambino durante un parto. La questione mette chiaramente in discussione la sua professionalità, ma in verità la donna è soggetta anche ad una serie di accuse di tipo etico e legale, che la vedono responsabile nel praticare aborti clandestini per diverse donne che abitano la zona rurale del Paese.
April punta a creare una dimensione di totale immersione per via delle sue lunghissime inquadrature e dell’uso di forti rumori naturali come quello del temporale, che sembra voler indicare la preoccupazione e l’aspetto psicologico che accompagna sia le donne costrette a ricorrere all’aborto clandestino sia la protagonista che lo pratica.

Nina è un medico che non crea legami, eppure sembra pervasa da una certa empatia per ciò che fa e per quelle donne delle aree rurali che non hanno potere decisionale, inoltre vive un conflitto interiore dato dalla difficoltà ad accettare sé stessa di fronte a una realtà che non condivide appieno.
Con una macchina da presa che accompagna lo spettatore e lo mette di fronte ad una realtà dall’aspetto autentico, April non ricerca strani giochi estetici per enfatizzare il suo messaggio, piuttosto preferisce adoperare lunghe riprese pensate per catturare l’attenzione con una modalità quasi ipnotica.
La fotografia è tendenzialmente naturale, salvo per alcune parentesi che danno l’impressione di essere una personificazione del lato più umorale di Nina e l’accettazione di sé.
Visivamente tutto è incentrato attorno alla protagonista e al suo punto di vista, tant’è vero che il film prende la staticità di un’inquadratura fissa per scuotere la visione senza limitarsi semplicemente a mostrare, ma ad enfatizzare la delicata tematica affrontata.
Con numerosi messaggi impliciti April traduce l’esistenza umana e le caratteristiche psicologiche della protagonista mostrandoci strade percorse e bufere assordanti che appaiono metafora di qualcosa che non è destinato ad essere risolto. Alla fine, Nina resta comunque sola, anche se conciliata con la sua missione e la sua dimensione personale.
