Wonder Woman, diretto da Patty Jenkins nel 2017, va ad inserirsi nella ormai eccessiva offerta di cinecomic dove DC (o meglio Warner Bros) e Marvel (o meglio Disney) combattono una guerra fatta di superpoteri e superproduzioni.
Partendo dalle originali storie su carta le due major hanno intrapreso strade diverse e raggiunto risultati opposti: da un lato la saga degli Avengers che incassava senza precedenti bissando e superando i numeri al botteghino di Spiderman e dall’altro rovinose cadute e scarsi incassi come per Justice League e Suicide squad.
La critica non viziata da meccanismi di marketing ha dato alla Warner Bros un po’ di respiro apprezzando pellicole leggere ed umane come Aquaman e Shazam e si è schierata senza timore dalla parte di Patty Jenkins quando ha diretto il suo Wonder Woman. 

Di Wonder Woman, la regina delle Amazzoni, ognuno di noi ha nitida l’immagine della trasposizione televisiva degli anni ’70 dove il costume tempestato di stelle, di pura ispirazione yankee, veniva indossato da Lynda Carter, perciò dietro al film della Jenkins si era alzato un polverone di critiche, attese e incognite legate anche all’attrice scelta per il ruolo, ovvero l’israelita Gal Godot.

La trama parte ovviamente dalla versione fumettistica del mito della Amazzoni, le guerriere mandate mandate da Zeus tra gli uomini per guidarli e difenderli. Le donne sono costrette, a causa delle trame del Dio della guerra Ares, a nascondersi presso l’Isola di Themyscira per custodire l’unica arma capace di annientare questa divinità. Il loro segreto esilio termina quando la spia e pilota americano Steve Trevor, in fuga con informazioni vitali per le sorti della Grande Guerra, giunge sull’isola con notizie dal mondo esterno. Diana, per tutta la vita all’oscuro del mondo oltre il mare, seguirà l’affascinante e spericolato Trevor, in un’avventura che le rivelerà la sua vera essenza e il suo vero scopo su questo pianeta.

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Wonder Woman è un adventure puro, un prodotto di esclusivo intrattenimento senza fronzoli o grosse pretese. La trama, meno scontata rispetto alla media dei cinecomic, e uno sviluppo dei personaggi più profondo non fanno sentire l’assenza di esplosioni iper-coreografate e effetti sopra le righe. Il buon risultato è quindi frutto della precisione dietro la macchina da presa della Jenkins, della solida sceneggiatura di Allan Heinberg e di un cast in stato di grazia dove brilla David Thewlis, il mellifluo e temibile Ares, figura decisamente non banale e degna di essere chiamata antieroe.

La resa grafica non è il massimo in diversi momenti, specialmente nei flashback di Ares dove appare con dei curiosi baffoni da derviscio, e nella battaglia finale , e l’action sa sovente di CGI messa a caso dando un senso comico non voluto. Tuttavia Wonder Woman riesce a far dimenticare queste pecche perché, fino all’ultimo, oltre ad avere atmosfere tipiche del film d’avventura alla Indiana Jones, ha dei personaggi molto sfaccettati, un mix davvero intrigante di umana fragilità e forza divina.
Soldati afflitti da PTSD o malinconici, Regine e Guerriere apprensive o gelose, trincee e guerra totale, si intrecciano con la storia di Diana, che Gal Gadot riesce a caratterizzare in modo davvero originale e credibile. Più che una sensuale e muscolosa creatura, come ci si aspetta da una eroina di prima classe (Il sito web IGN ha inserito Wonder Woman alla quinta posizione nella classifica dei cento migliori supereroi dei fumetti) la Jenkins, e qui sicuramente c’è la sua intuizione migliore, ha reso palpabile anche la parte più infantile e ingenua di Wonder Woman, divisa tra il suo mondo sull’isola di Themyscira e il mondo oltre l’oceano del quale ha un’idea tanto superficiale quanto semplicistica e di conseguenza vuole scoprirlo e comprenderlo.

La chimica di Gal Godot con il Trevor di Chris Pine è semplicemente magica: l’ex Capitano Kirk di Star Trek Beyond (Justin Lin, 2016) riesce a creare un eroe che si discosta sia dal filone “macho” che da quello buffonesco alla Star Lord dei Guardiani della galassia, è un uomo pieno di imperfezioni, un bugiardo incallito, ma anche un romantico idealista e un timido seduttore piuttosto che playboy sciupafemmine.

Se con Man of Steel Zack Snyder aveva proposto il suo semi-dio afflitto da dubbi e scettico verso il mondo degli uomini, incanalando il tutto in un percorso affascinante, ma troppo oscuro per il grande pubblico, questa Wonder Woman invece, non si prende così tanto sul serio, ma neppure rinuncia ad un iter narrativo che va al di là del classico equilibrio-squilibrio-equilibrio o dell’happy end banale e scontato.

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Parte della critica ha poco gradito l’eccesso di sex appeal della Gadot, qualcuno ha parlato addirittura di eroina post-femminista. Onestamente tali critiche hanno poco senso o nessuno, quasi che la femminilità o sensualità del personaggio (da sempre considerata la più bella tra le supereroine) sia un qualcosa di cui vergognarsi o di sbagliato.
L’accusare il personaggio di essere in abiti troppo succinti, soprattutto in un’epoca in cui proprio la libertà di mostrare il proprio corpo è tra le più importanti da garantire per il mondo femminile, appare un controsenso fuori dal tempo e bigotto: al pubblico non arriva l’idea di una bomba sexy, ma di una bomba e basta, di una guerriera temibile ed indomita, ma anche di una ragazza costretta ad uscire da un guscio dentro il quale è stata tenuta per troppo tempo.
Wonder Woman da altri invece è stata definita come rappresentante della Terza Ondata Femminista, per il suo carattere non marmoreo, per adattare le ideologie femministe alla vita quotidiana e per l’approccio non punitivo e repressivo verso il maschio bianco.

Wonder Woman di Patty Jenkins è piaciuto molto al pubblico, probabilmente per il suo rivendicare il libero arbitrio e perché questa amazzone invincibile è un simbolo di emancipazione fin dalla prima apparizione su carta nel 1941 e nel film viene immersa nella quotidianità e attualizzata. 
Il che non è poi poca roba per un personaggio dei fumetti!|