Con Mani Nude, presentato alla Festa del Cinema di Roma, Mauro Mancini continua il suo racconto sulla violenza, iniziato qualche anno fa con Non Odiare.

Libero adattamento per il grande schermo del romanzo di Paola Barbato, Mani Nude è un film feroce che indaga l’animo umano attraverso la sua disumanizzazione, è un racconto di violenza fisica e psicologica dove chi perde può solo morire come un animale di cui non importa a nessuno.

Non c’è nessun inferno e neanche il paradiso. La vita è qui, la ricompensa è qui, il dolore è qui

è con questa frase di Eddie Bunker che si apre il film di Mancini, come a voler mettere subito in chiaro che per i suoi personaggi non ci sia alcuna prospettiva, né redenzione né dannazione, perché tutto è qui, in questo mondo, che nel loro caso è un orrendo limbo in cui sembrano galleggiare fino a che qualcuno non arrivi a spingergli la testa sott’acqua. Il regista, come già detto, parte dalla storia della Barbato per poi crearne una tutta sua, tra scelte azzeccatissime ed altre un po’ meno, senza risparmiarsi: la violenza è violenza e non c’è niente da edulcorare.

Mani Nude: trama del film con Alessandro Gassman

La storia del film Mani Nude inizia esattamente come la Barbato l’ha messa nero su bianco tra le sue pagine: Davide, un giovane ragazzo di buona famiglia, viene rapito fuori da una discoteca e buttato nel retro di un furgone; né il pubblico, né tantomeno il protagonista, sa cosa stia accadendo, perché l’hanno preso? dove lo portano? sembra tutto far parte di un gioco violento che ha delle regole precise, ma Davide riesce a capovolgerle: dal quel furgone non doveva uscirne vivo, eppure lo vediamo in piedi, coperto di sangue e gonfio di botte, ma vivo.

A volte capita d’incontrare le persone sbagliate, stavolta è toccato a te

Davide, Francesco Gheghi, si ritrova a vivere come un cane da combattimento in una cella spoglia, una ciotola sul pavimento per mangiare e un materasso logoro per dormire, sbarre alle finestre e nessuna spiegazione. L’unico suo “contatto” umano è con Minuto, un glaciale Alessandro Gassmann che gli fa da secondino e allenatore e che gli ricorda costantemente che ormai è un morto che cammina.

Il ragazzo deve combattere, così come tutti gli altri che sono in quella labirintica prigione lì con lui, in quel non luogo dal quale si esce solo per dare e ricevere botte. La sua vita di prima non tornerà più e l’unico modo che ha Davide per sopravvivere è abituarsi all’idea, comincia così un percorso di progressiva spersonalizzazione del ragazzo che diventa un involucro di se stesso, una macchina da guerra che combatte per intrattenere il pubblico pagante.

Mani Nude è un film che scivola sempre più in basso, che diventa sempre più feroce per mostrare non solo la violenza ma la fascinazione per la violenza: da chi agita il pugno in cui stringe i soldi scommessi su chi vincerà fino a donne ben vestite che si godono le botte mentre siedono al loro lussuoso banchetto.

La violenza diventa intrattenimento, piacere e anche se chi perde muore non c’è nessuna pietà (un po’ come faceva il Leonardo di Caprio di Django Unchained che si divertiva a veder lottare gli schiavi dal suo comodo divanetto). E tutto in Mani Nude è a supporto di questa violenza, il sangue che schizza e cola sui volti e sui corpi dei ragazzi, il buio cupo che avvolge gran parte della pellicola, che si illumina solo di disturbanti luci al neon, e la musica tecno in sottofondo che comincia dalla discoteca iniziale per poi ritrovarsi ovunque ci sia un combattimento.

Davide non c’è più, ormai è diventato un lottatore col nome di Batiza, la violenza l’ha trasformato come ha fatto anche con Minuto, tenuto al guinzaglio da chi c’è sopra di lui, un Renato Carpentieri con un occhio bendato come fosse il John Ford di quell’inferno senza via d’uscita.

Mani nude: chiunque può essere un mostro

In questo sottosuolo senza regole, ad accomunare Davide e Minuto c’è solo la sofferenza nella quale si riconosceranno e si troveranno e sarà proprio questa a creare una seconda parte del film, che funziona un po’ meno della prima, ma comunque necessaria alla rivelazione finale.

Minuto deve perdonare l’altro per perdonare se stesso, per scendere a patti con la sua colpa ed il suo dolore, deve scoprire le sue carte per far sì che si capiscano, o almeno in parte, le regole del gioco in cui Davide è stato trascinato.

Davide, invece, deve ricominciare a vivere ma indietro non può più tornare ormai, il ragazzo di prima non c’è più, il figlio dei suoi genitori non esiste più, ormai c’è un nuovo Davide, figlio della ferocia, che è diventato un mostro, o come gli dice lo stesso Minuto, forse lui un mostro lo è sempre stato.