Si dice di me racconta, con uno sguardo autentico e spontaneo, l’attività teatrale che Marina Rippa porta avanti nello Spazio Comunale “Piazza Forcella”, sfidando le limitazioni culturali lasciando che ventiquattro donne raccontino pezzi della loro vita.

Il film-documentario è diretto da Isabella Mari che inizia questo progetto nel gennaio 2020, con l’intento di documentare uno scorcio di teatro sociale, portandolo avanti fino al 2022. Presentato alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Freestyle, Dicono di me è prodotto da Parallelo 41 insieme a f.pl. femminile plurale, con il contributo di Regione Campania e MiC.

Si dice di me: intervista alla regista Isabella Mari

Si dice di me è uno sguardo attento nei confronti di un mondo femminile fatto di emozioni, esperienze e pensieri personali. All’interno del contesto teatrale ci viene mostrato, con tatto e realismo, risate e riflessioni, il legame di sorellanza che le donne instaurano grazie all’attività teatrale di Marina Rippa. Un luogo in cui Isabella Mari – che abbiamo intervistato – ritrae in punta di piedi le fragilità di donne sempre più consapevoli di essere forti e libere.

Come si è approcciata a questa storia?

Sicuramente l’incontro con queste donne mi ha sconvolta, poiché ognuna di loro e di noi si porta dietro quelle che sono le esperienze e i racconti delle nostre madri. Anche io ascoltandole ho rivissuto la storia di mia madre – anch’essa napoletana. Sebbene io sia calabrese, sono cresciuta con i suoi racconti, per cui credo che la mia sia stata solo “un’epifania”.
Riascoltare i racconti di queste donne, carichi di forza e resilienza (anche se non mi piace tanto questa parola) mi ha toccato. La stessa forza sta anche all’interno del progetto e nella costanza di Marina di portarlo avanti, con tutte queste donne, nonostante le difficoltà.

È stato un progetto molto lungo.

Il progetto del film è durato quattro anni, quello di Marina dura lì a Forcella da oltre quindici anni, anzi l’anno prossimo ne compirà diciotto. Marina con le donne a che fare da oltre trenta anni, quindi anche lei ne ha incontrate tantissime durante il suo lavoro. Tante sensibilità differenti che si sono incontrate anche con quella pura e rara della stessa Marina. Si tratta di qualcosa che non ho trovato altrove, per cui anche man mano che il racconto mi si palesava veniva fuori ed emergeva tanto anche di lei.

Come ha incontrato Marina Rippa.

Ho incontrato Marina a gennaio del 2020 durante i lavori per lo spettacolo Ribelle, mai andato in scena. È stata Marina stessa a chiedere, alla produttrice Antonella Di Nocera, la presenza di una donna che potesse andar lì a documentare la costruzione della performance. All’inizio tutto nasce come documentazione, ma poi io mi innamoro tanto di queste storie, e del lavoro di Marina, da farle diventare un film. Non ho mai guardato al progetto come una semplice documentazione, poiché fin da subito mi sono innamorata di queste storie. È stata Marina a chiedere di una donna, anche perché fare entrare un uomo in questo universo sarebbe complicato. Non puoi sapere se le donne si sentano a loro agio nel raccontare dettagli così intimi e così personali di fronte ad una presenza maschile. Per questo motivo lo staff è tutto femminile, così da permettere alle donne di sentirsi libere e a loro agio.

Cosa le hanno trasmesso queste donne mentre era lì ad ascoltare.

Queste donne, senza saperlo, ti fanno diventare veramente parte del loro racconto. In un primo momento la mia reazione non era molto lucida perché ero con loro a ridere e piangere, più avanti, in fase di post-produzione, mi sono accorta davvero della fiducia che mi hanno dato nel lasciarsi andare durante le loro storie. Tutto ciò non è scontato e ho pensato che probabilmente io non avrei fatto lo stesso, quasi certamente non mi sarei abbandonata così tanto ad un racconto davanti a una camera accesa. Probabilmente, sapere quando fermarmi durante le riprese ha fatto sì che io guadagnassi la loro fiducia e anche quella di Marina. Mi spiego meglio: sono stati tagliati tanti racconti e tante rivelazioni molto intime. In quello spazio le donne sanno che possono parlare, perché quello che viene fuori lì lo conoscono solo loro e non lo sapranno altre persone. Perciò quando le storie diventavano delicate, loro mi vedevano spegnere la camera perché non ho mai avuto la voglia di “sciacallare” sulle loro difficoltà.

Ha sempre creduto nel potere benefico del teatro, oppure si è stupita una volta immersa in questo laboratorio teatrale.

No, ho sempre creduto nella forza che ha l’arte di portare qualcosa di buono, non conoscevo la potenza di fare attività teatrale secondo questa modalità. Le donne non mettono mai in scena opere già esistenti, ma danno vita a spettacoli fatti da loro in cui i personaggi che rappresentano sono le loro stesse liberazioni, le loro stesse ribellioni. Ho scoperto in questo modo l’esclusività del teatro di Marina, la sua l’importanza e la sua forza. Però si, ho sempre creduto che l’arte in qualsiasi sua forma abbia questo potere benefico, è una delle poche cose a cui ci rivolgiamo, no?!

Nella parte iniziale la scelta di inquadrarle su sfondo nero e mettere in scena il volto e le mani è stata una cosa voluta da lei o da Marina Rippa.

È una modalità con cui Marina svolge il laboratorio teatrale. Il palco è il luogo sacro dove si spengono I telefoni, si lascia tutto fuori e si nasce attraverso queste confessioni e questi racconti. Chiaramente ho ripreso quello che stava succedendo, però in post-produzione ho avuto modo di enfatizzare questo effetto affinché lo sfondo fosse completamente nero e per far sì che venissero fuori i loro volti e le loro espressioni.

In vista ci sono dei progetti futuri simili a quello che ha già fatto, che raccontino storie di vita vissuta in modo intenso oppure si dedicherà a qualcosa di diverso?

Se il mio prossimo progetto avrà luce, sarà un altro lavoro che conterrà sorellanza, passato e materiale di archivio. Quindi direi di sì, ci sono altri pensieri a cui sto lavorando.