Primo cortometraggio della regista Alexandrina Turcan, We want to live here, prodotto da Sean Penn, mostra la devastazione della guerra in Ucraina attraverso gli occhi di tre bambini.

Un anno dopo l’inasprimento della guerra russo-ucraina, Alexandrina Turcan, con We want to live here, presentato ad Alice nella città, nella sezione Proiezioni speciali, decide di mostrare l’altro lato del conflitto, quello di chi resta, quello dei bambini che perdono la loro innocenza e diventano altro, tra paura e rabbia.

Il cortometraggio, della durata di poco più di 20 minuti, è un’intima ricerca nella vita dei tre piccoli protagonisti, Volodymir, Vitalyi e Matviy, che si alterna tra i palazzi distrutti della loro città, Borodyanka, vicino Kiev, e una stanza chiusa, dove i ragazzi si confessano alla telecamera. Questa alternanza tra esterno e interno, tra macerie e silenzio è l’espediente perfetto per delineare un ritratto intimo e toccante dell’emotività dei protagonisti.

Come dice la stessa regista, i media hanno intervistato tutti a Borodyanka, città dove la privacy non esiste più ormai e a mancare erano solo le voci dei più piccoli, quelli che la guerra sono costretti a capirla come possono, con i pochi mezzi che hanno e che custodiscono le ferite interiori più grandi. Molti sono andati via, ma è dalla voce di chi resta che la guerra si racconta.

È attraverso i loro occhi che iniziamo a comprendere il vero impatto del conflitto

La guerra è una cosa da maschi

in We want to live here, la regista sceglie volontariamente di intervistare tre maschi, tre vite diverse ma segnate dalla medesima sofferenza, perché, riportando le sue parole “war is a boy’s thing” ed è solo attraverso loro che possiamo capire cosa significhi vivere sapendo che i più grandi sono a combattere e che, probabilmente, poi sarà il loro turno.

Tra la boxe, sport che funge da momento di aggregazione ma anche sfogo di una mascolinità che la guerra esige, e la Chiesa i ragazzi lottano e pregano, per i loro cari, per chi non c’è più e perché la guerra finisca. Ed è proprio la mascolinità che qui viene decostruita, con le domande della regista che mettono a nudo i veri sentimenti dei tre protagonisti sia in gruppo, dove cercano di mostrarsi duri, che da soli, dove si concedono il lusso di dire “ho tanta paura”.

Questa alternanza tra il gruppo e il singolo, sottolineata anche a livello registico dall’alternanza tra il colore e il bianco e nero, è probabilmente la vera forza del documentario di Turcan: la capacità di entrare in empatia con i bambini e farli confessare, aprire e raccontare come si sentono davvero.

We want to live here: le macerie emotive della guerra

Turcan, in punta di piedi e sempre dietro la mdp, lascia tutto lo schermo ai tre ragazzi che mostrano la loro urgenza e voglia di parlare, la loro paura che il tempo ha trasformato in rabbia e voglia di vendetta.

C’è chi confessa di aver sempre amato gli aerei ma che ora ne è terrorizzato e chi invece vorrebbe farla pagare a Putin, in ogni modo. Il documentario We want to live here, pur nei suoi pochi minuti, riesce a trasmettere emozioni forti e dolorose, soprattutto perché provenienti dalla voce di tre ragazzini, tra i 10 e 13 anni, che cercano di elaborare la guerra come meglio riescono, tra chiamate ai padri lontani e preghiere che tutto finisca al più presto.

è proprio il momento della preghiera, quello in cui la mdp entra nella Chiesa, con i bambini vestiti da chierichetti e gli adulti in divisa militare, la parte più importante secondo la stessa regista, perché “in Ucraina quando qualcosa non va o non ci si sente bene si va in Chiesa” e lì non c’è più nessuno che ormai si senta bene, da anni.

Il cortometraggio, infatti, finisce con una scritta, tanto vera quanto inquietante: “La guerra continua” e noi, ora più di prima, sappiamo che quei tre ragazzini, come tantissimi altri, sono ancora lì.