Saudade, l’opera prima di Pietro Falcone è in concorso nella sezione Visioni Doc del celebre festival Visioni Italiane, giunto quest’anno alla sua 30esima edizione.

Il percorso festivaliero di questo documentario prodotto da Cristiano Di Felice per IFA Scuola di Cinema è iniziato con l’anteprima mondiale 33° FESCAAAL – Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina  e continua senza battute d’arresto.

Abbiamo avuto il piacere di rivolgere a questo giovane regista abruzzese alcune domande:

Com’è nata l’idea di realizzare Saudade?

Saudade è nato quasi per caso. Studiavo a Roma, ma il Covid mi aveva costretto a rimanere
in Abruzzo. Ho iniziato a seguire mamma con una telecamera nel quotidiano. E, dopo aver
rispolverato una parte dei vecchi filmati di repertorio che credevo di conoscere, ho unito il
mio girato a quest’ultimi.
Ne è uscito un breve cortometraggio di circa 10 minuti, che comunque già indagava la sua mancanza principale (quella del Brasile). Assieme ad alcuni compagni di accademia ho iniziato a sviluppare, guidato e seguito dalla mia docente di produzione Livia Barbieri, l’idea per un lungometraggio. Chiaramente il documentario difficilmente seguirà il soggetto iniziale, per cui poi ho imparato a farmi guidare da ciò che il reale aveva da offrirmi.


Parlaci un po’ di tua madre Nilde: cosa la rende unica e cosa, al contempo, la accomuna a molte eroine “invisibili” che lottano ogni giorno per sé stesse e per i propri cari?

Da bambino ho sempre pensato che la cosa che più mi incuriosiva fosse il suo passato. I
suoi racconti erano totalmente diversi da quelli che i miei compagni ascoltavano dalle loro
madri. Col tempo ho imparato a conoscerla, anche nella sua tristezza. E ricordo che nella
mia memoria di bambino la associavo a Cenerentola.

Nella tua famiglia ci sono due figure centrali: tua madre e tua nonna. In che cosa le due sono simili

La cosa che accomuna di più mamma e nonna è l’attaccamento ai figli. Mamma non ha mai
conosciuto sua madre perché morta quando aveva solo 3 anni. Nonna invece ha perso due
bambini, uno prima della sua nascita e l’altro quando aveva poco più di un anno. Sono
entrambe donne molto protettive, attente.
Mamma però, sin da bambina, non ha mai avuto un posto fisso, una casa. Nonna invece è sempre rimasta vicina ai suoi familiari. E forse proprio per questo mamma non si è mai sentita fino in fondo a casa, qui in Italia.

Com’è stato crescere in un contesto dall’impronta prevalentemente matriarcale?

Anche adesso che ho 25 anni papà lavora fuori casa tutto il giorno, dal lunedì al venerdì. Lui
è un padre molto presente, ma è logico che le figure che in un certo senso ho frequentato
siano state nonna e mamma. Non credo di aver sentito mancanze di qualche sorta. Forse
crescere tra due donne mi ha fatto acquisire consapevolezze diverse, nuove.

L’approccio registico da te adottato, in linea con la storia di tua mamma, ricorda molto il cinema sudamericano. Ci sono stati registi o correnti cinematografiche particolarmente rilevanti per te, sia durante la tua formazione che durante la realizzazione del tuo film?

In realtà uno dei film che mi hanno fatto iniziare a ragionare su Saudade è un film
portoghese. A Metamorfose dos Pássaros di Caterina Vasconcelos è uscito nel 2020. Ho
visto il film solo una volta ma non me lo sono mai più scollato di dosso. Il suo è un film
estremamente potente, visivamente sontuoso che indaga intere generazioni della sua
famiglia. Sono sicuro che, in maniera involontaria, la sua influenza è rimasta in me per tutta
la realizzazione di Saudade.

Quali sono state le principali difficoltà nel realizzare Saudade?

Le prime difficoltà sono state sicuramente quelle produttive. Dopo l’incontro con Cristiano Di Felice però mi sono potuto dedicare ad un altro tipo di difficoltà. Mentre tutto il team produttivo di IFA metteva in piedi il film con bandi e produzioni associate, io mi sono scontrato con le difficoltà emotive che un progetto di questo tipo porta con sè. Cristiano mi ha presentato un team con cui mettermi subito a lavoro tra cui la montatrice Tessa Laporese, ex allieva Ifa, il compositore Giuseppe Lo Faro e il sound designer Daniele Guarnera. Emotivamente é stata molto dura. In particolare ricordo che Tessa mi aveva proposto una scena che mi ha fatto piangere. Era proprio quello di cui avevamo bisogno per il film, ma non riuscivo a montarla per cui lo ha fatto da sola.

Puoi raccontarci qualche aneddoto divertente accaduto durante le riprese?

Una delle scene più complesse è stata quella del matrimonio. In quell’occasione non ero
solo regista ma anche invitato. Durante le riprese della scena con i fuochi d’artificio, anche
a causa della stanchezza e del vino bevuto durante la festa, mi sono dimenticato di
accendere il microfono. Per cui la maggior parte di quella sequenza è stata ricostruita in
post produzione.

C’è un film in particolare che, in qualche modo, ti ha “cambiato la vita”?

La filmografia di Luca Guadagnino mi ha fortemente cambiato, non soltanto da un punto di
vista artistico. I suoi film, specialmente Chiamami col tuo nome, mi hanno permesso di
vedere e vivere determinati aspetti della mia vita con occhi nuovi, diversi.

Al momento stai lavorando a nuovi progetti?

Al momento sono in pre produzione con un corto di finzione che gireremo a breve. Sto
scrivendo assieme a Luca Giuliani un lungometraggio, stiamo per ultimare la prima stesura
di Fino alle braci.

il cinema per te è…?

Forse per questo è l’ultima domanda: è difficilissima. Credo che per il me il cinema sia un
rifugio, un posto sicuro.