Nella società odierna le scarpe si sono trasformate in un oggetto di culto sempre più osannato. Non è solo una questione puramente consumistica, ma spesso entra in ballo anche il logorante desiderio di possederle per dimostrare di essere anche qualcosa che non si è. Ma è vero che le scarpe possono raccontare molto di chi le indossa? Ci avevano provato i The Pills a raccontarcelo con gli esilaranti episodi Il Buio oltre le Hogan e Le colline hanno le Hogan e oggi, a distanza di dodici anni, dalla celebre frase “le scarpe sono lo specchio dell’anima”, Luigi Di Capua dirige il suo film d’esordio Holy Shoes.
Per l’occasione sia il regista che due degli attori protagonisti (Simone Liberati e Isabella Briganti) hanno raccontato la loro esperienza e il loro punto di vista.

Una storia corale quella raccontata in Holy Shoes, che si muove all’interno del consumismo moderno in cui domina un incessante e morboso bisogno di ricercare una identità.
Scritto dallo stesso Di Capua insieme ad Alessandro Ottaviani, Holy Shoes – presentato fuori concorso al 41esimo Torino Film Festival – arriva al cinema dal 4 luglio distribuito da Academy Two.

È il caso di dire cosa non fanno queste scarpe che nel film causano mille problemi. Com’è nata l’idea di scegliere un oggetto che nel tempo è diventato sempre più discusso e osannato, tanto da essersi creato un mercato di nicchia dedicato esclusivamente alle sneakers.

Di Capua: La scarpa è l’elemento più parossistico per raccontare il valore esagerato e disfunzionale che diamo agli oggetti in generale, perché di fatto è un oggetto quasi primario. Le scarpe ci servono per camminare, teoricamente è anche tra le prime cose inventate dall’uomo per sopravvivere.

Il fatto che quest’oggetto sia stato caricato di un grande valore rappresenta sicuramente il punto di partenza per cui ho scelto le scarpe. Inoltre, fino a trent’anni fa, l’universo delle scarpe era una questione esclusivamente femminile; invece, oggi è un’esplosione della cultura street.

Oggi l’universo maschile è completamente avvolto dallo stesso desiderio, in più, per me la scarpa ha sempre avuto un valore di giudizio delle persone… non avrei mai fatto un film che tratta di consumismo sui telefoni.

Nel film tutto gira intorno alle scarpe, ma potremmo dire anche intorno ai ragazzini. Se le scarpe sono rappresentate come un oggetto derivato del consumismo, la gioventù cosa rappresenta.

Di Capua: Credo che da una parte la gioventù sia iperesposta e ipersensibilizzata, nel senso che i giovanissimi sono resi troppo protagonisti della società anche più di quanto dovrebbero esserlo. In effetti i social e l’intrattenimento in generale ruotano tanto attorno ai ragazzi, anche di più rispetto agli adulti.

Come nel caso di Bibbolino che cerca di mantenere un elemento infantile anche col suo atteggiamento accondiscendente. Oggi sembra che l’adulto cerchi di essere ragazzino, ma in una società – secondo me – è necessaria una separazione più netta.  

Quindi per te hanno un gran valore le scarpe.

Di Capua: Si, però non hanno un valore commerciale, per me sono sempre state un metro di giudizio con cui conoscevo le persone, c’è anche una battuta nell’episodio di The Pills quando dico che le scarpe sono lo specchio dell’anima… questa cosa mi è rimasta nel tempo.

Briganti: In Holy Shoes si parla di continuazione dell’identità umana che non è più scissa dall’oggetto. La scarpa, infatti, è il miglior oggetto in assoluto perché diventa parte fondamentale di quello che sei nel tuo insieme. Questo accade da quando inizia il famoso benessere, tanto è vero che anche Nanni Moretti lo ha affermato in passato, sostenendo che per capire chi sia una persona basta guardare le scarpe che indossa.

Da qui in poi è iniziato un crescendo di idolatria. Questo film vuole essere una denuncia sugli oggetti e sulla tirannia dei desideri, più che un racconto sulle scarpe. Holy Shoes è un inno alla dannazione, però quel tipo di dannazione che se ti fa diventare consapevole di te stesso ti può far risorgere.  

All’interno del concetto di evoluzione di sé, cosa rappresenta “la mitologia della donna al bancone” di cui parla il personaggio di Agnese.

Briganti: È l’immagine della perfezione che non esiste. Noi oggi siamo circondati da un’idea di perfezione in cui è facile farsi trascinare, modificando sé stessi fino a trasformarsi completamente. Sono molte le sovrastrutture che ci fanno credere ad una felicità fatta di continui desideri. Il personaggio di Agnese, come tutti gli altri protagonisti del film, sprofonda per poi risalire.

Di Capua: Sicuramente c’è molta forza in ciò che dice Agnese, affermando che il bancone ti slancia e ti da mistero per via della distanza che crea. Il distacco da te crea un’immagine che non è reale, ma è la rappresentazione di ciò che gli altri vedono, e così si crea quell’alone di mistero che viene percepito da una parte come un qualcosa di perfetto e quasi irraggiungibile, ma dall’altra genera frustrazione. Il desiderio di possesso non è detto che sia solo circoscritto alle scarpe, ma può tranquillamente essere riferito anche a qualcosa di più ampio.

C’è una scena significativa in cui Bibbolino manifesta la sua idea secondo cui non vale la pena seguire una morale in un mondo che “è tutto finto”. Ma quanto c’è di vero in questa affermazione.

Liberati: Secondo me è una frase che ritrae una spiacevole e amara verità. Nella cultura di massa oggi è difficile stabilire che cosa ha un valore reale ed effettivo per gli individui. Tante cose conferiscono sicurezza, basti pensare ad indumenti o accessori come le scarpe in questo caso, riempiendo delle lacune che alcuni non saprebbero come colmare.

Poi c’è anche un discorso di aspettative, relativo a come veniamo percepiti dal mondo esterno e Bibbolino si pone costantemente questo problema. Lui non riesce mai a capire che tipo di considerazione c’è nei suoi confronti, se viene percepito come adulto oppure no. Tutto ciò rappresenta un po’ la grande fragilità degli esseri umani rispetto ad un mondo in cui devi sentirti sempre solido e forte, ma allo stesso tempo circondato da conferme che è sempre più complicato riuscire a trovare.

Di Capua: La frase pronunciata da Bibbolino avviene in un momento in cui sta un in parte negando sé stesso e non l’avrebbe mai pronunciata all’inizio della storia. La sua battuta arriva in un momento in cui le cose vanno diversamente da come si aspettava ed egli cerca un’identità più aggressiva, più criminale, poiché vuole diventare qualcosa che non è negando la sua identità. È un personaggio che diventa cupo.

C’è un regista che è stato di ispirazione per i richiami visivi all’interno del film.

Di Capua: Assolutamente sì, anche se poi l’ispirazione non è tutto. Penso che una grande fonte di idee sia stato Iñárritu con i suoi primi tre film, quindi la trilogia della morte e in particolare Babel e Amores Perros.

Il motivo è che sono storie corali, che mettono in contatto personaggi differenti tra loro. La scelta di un cast corale è un elemento che ho voluto inserire. I primi film che fai spesso contengono molte ispirazioni e riferimenti a quelli che per te sono i maestri, ma più guadagni confidenza in ciò che fai e più tendi a metterci del tuo e a mettere in scena la tua voce.

Cosa vi ha lasciato questo film.

Briganti: Per me è la prova attoriale che un artista ambisce all’apice della sua carriera; quindi, sono felice per tutto il lavoro che abbiamo fatto. Questa prova riuscita è il premio più bello per un percorso in cui ci siamo interfacciati con sofferenza ed entusiasmo, abbiamo lavorato molto per ottenere un risultato che sia riconosciuto.

Liberati: La soddisfazione più grande mi è arrivata dalla mortificazione estetica che mi ha imposto Luigi lavorando sul personaggio, perché mi piace lavorare con le persone ossessionate per il lavoro e che mettono cura in quello che fanno.

Quando abbiamo iniziato le riprese Luigi mi ha lasciato fare, dopo una fase precedente in cui era martellante in cui ogni giorno si interfacciava con nuovi spunti e nuove idee. Ad un certo punto questa fase è finita e abbiamo lasciato interagire nel suo mondo il personaggio e l’abbiamo fatto parlare maggiormente.

Tutto questo mi ha lasciato una grande esperienza cinematografica. La cosa bella di questo lavoro è che da un senso alla nostra ansia, proprio perché sono molto ansioso cerco di approfondire e di migliorare sempre.

Di Capua: Fare film un po’ ti salva, un po’ ti ammala. Se intendi stare al mondo in un certo modo, sai che devi fare un profondo sacrificio per potere fare film. È talmente tanto il tempo impiegato per fare un film che non avrebbe senso tentare e basta, conta l’impegno che ci metti per farlo al meglio.

Per me fare questo lavoro senz’anima sarebbe incredibilmente faticoso, anche perché ci sono tanti imprevisti, diciamo tutta una serie di cose che ti formano sia a livello professionale che umano.

Essere anche degli spettatori influenza il vostro lavoro di attori.

Liberati: Io questa cosa non l’ho mai presa in considerazione, cioè, ho sempre scisso l’amore per il cinema dall’interpretazione.
Prendo ispirazione, ma poi non ho aspettative da spettatore, non penso allo spettatore e non penso come compiacerlo o come disturbarlo.

Briganti: Io penso che per far si che qualcuno ti creda tu ci devi credere. Fai un lavoro in cui studi, ricerchi e riesci a trovare una vita parallela col personaggio e creare quel processo organico che poi non ti fa più pensare ma ti permette di far accadere delle cose.