Dopo aver conquistato pubblico e critica con The Frog, intenso cortometraggio di diploma realizzato all’IFA Scuola di Cinema di Pescara, Simone Paggetti si racconta tra ispirazioni, sfide produttive e sogni futuri.
Ambientato tra l’Appennino abruzzese e un albergo semi isolato, il film affronta il tema del senso di colpa attraverso le atmosfere del thriller e dell’horror psicologico, rivelando una voce autoriale già sorprendentemente matura.
In questa intervista, il regista ripercorre la nascita del progetto, il lavoro con il cast e la troupe, le influenze cinematografiche che lo hanno formato e i nuovi percorsi artistici che lo attendono.
Intervista a Simone Paggetti
Com’è nata l’idea di realizzare The Frog?

The Frog nasce durante le prime fasi del corso cinema di IFA. Durante i laboratori di scrittura denotavo sempre più voglia personale di sfruttare il genere per raccontare un concetto semplice: il senso di colpa. Sono da sempre un grande appassionato dell’horror in tutte le sue forme, e ciò mi ha permesso di scrivere la storia basandomi sulle sensazioni che volevo trasmettere allo spettatore. In più, è un genere che viene sfruttato poco in Italia, nonostante la grande storia in termini cinematografici. Volevo, come già altri colleghi stanno facendo, ritornare a fare cinema giocando con le emozioni negative. Da ciò poi parte tutto quello che ne è derivato.
In che modo si è svolta la fase di produzione?
Produttivamente parlando, The Frog è stato una scommessa. Non succede spesso di avere a che fare con un impianto produttivo così generoso. Mi spiego: già la trasferta di per sé è complicata, bisogna calcolare che oltre 20 persone hanno partecipato alle riprese. È stato complicato gestire tutto il flusso di lavoro, in termini organizzativi e in termini artistici, senza contare il clima – non sempre favorevole – e le varie esigenze di tutti. Lo rifarei miliardi di volte, perché proprio grazie a questo approccio, a questa esperienza ci si rende conto di quanto un territorio abbia da offrire. E non in termini economici, ma proprio negli ambiti artistici. Senza quelle location, forse il corto sarebbe stato tutt’altra cosa. Sono grato a chi ha permesso a The Frog di esistere.
Puoi raccontarci qualcosa riguardo la scelta degli attori?
A volte parti con un’idea, ti crei nella testa un’immagine ben precisa, un profilo che cerchi che possa essere il più vicino possibile a come te lo sei immaginato in scrittura. Quando quest’idea riesce a incontrarsi con la realtà sei la persona più felice al mondo. Abbiamo ricevuto molti profili, di cui la maggior parte molto validi, ma quando ho incontrato Antonio e Giulia, e,successivamente, li abbiamo messi nella stessa stanza, ci siamo fatti due chiacchiere, abbiamo capito subito che erano perfetti per il ruolo.
è importante la chimica nelle persone, soprattutto se drammaturgicamente devono interagire tra loro. Ha fatto molto questo rapporto che si è creato tra noi tre. C’è stata da subito grande fiducia nelle capacità di ognuno, e soprattutto molta stima artistica. Non ho mai lavorato così bene con altri attori. Ciò costituisce un elemento fondamentale per il corto.
Per quanto riguarda la scelta di Marco, avendo già lavorato con lui nel mio cortometraggio precedente ‘Sacro|Urbano’ si può dire che ho scritto il suo ruolo pensando a lui sin da subito, in quanto sostengo dal primo momento il talento puro di questo ragazzo.

Puoi raccontarci qualche aneddoto divertente accaduto durante le riprese?
Forse l’aneddoto che porto più nel cuore è relativo alle giornate di scouting precedenti alle riprese. In particolare a quella che mi ha fatto riscrivere una scena all’interno del film, quella del telefono per intenderci. Eravamo appena entrati nel residence Quadrifoglio, non l’avevamo mai visto. Con me c’erano tutti i capi reparto e, ovviamente, anche Cristiano Di Felice, produttore del corto. Nel momento in cui varcammo la soglia del posto ci guardammo tutti esterrefatti, poi un boato generale di gioia. Avevamo trovato la location principale del corto. Era perfetta. Poi, quando gli animi si placarono, e tutti noi iniziammo a ragionare sul lavoro da fare, calò un silenzio di concentrazione tipico di quei momenti. Poi uno squillo fortissimo ci fece impaurire: era il telefono della reception. Rimbombando per i corridoi vuoti del residence, creò un’atmosfera lugubre. Avevamo capito tutti che avevamo preso la scelta giusta.
Come si svolge, in genere, la fase precedente le riprese vere e proprie?
IFA ti abitua fin da subito a ragionare come un professionista. In tutta la fase di progettazione e organizzazione, abbiamo cercato di rispettare tutti gli insegnamenti che la scuola ci ha offerto nel corso degli anni. Con l’aiuto di Cristiano, poi, abbiamo organizzato tante uscite fuori porta per cercare il più possibile di rispettare le atmosfere del corto. Abbiamo anche avuto la possibilità di organizzare con gli attori delle giornate di prova all’interno delle location, fattore molto importante.
Diciamo che devi prevedere e risolvere tutti quei piccoli o grandi intoppi che possono capitare quando stai girando, ci siamo fatti dei piani a,b,c e d. Abbiamo, con il direttore della fotografia, calcolato in termini precisissimi i tempi di ripresa, i tempi in cui avevamo la luce in una certa maniera, i tempi di spostamento da un set a un altro. Le squadre di fotografia e scenografia, mentre si girava, si staccavano per andare a preparare un’altra location, un cambio luce, un momento diverso della stessa scena. Ovviamente, se non organizzi in partenza questi processi, non puoi farci molto. Ciò, in effetti, ha dato molto respiro alle scelte artistiche, in quanto i tempi morti nelle riprese erano minimizzati, se non per rare eccezioni. Ringrazio ogni singola persona che mi ha permesso di lavorare in questo modo.
Quando hai capito che la regia sarebbe stata la tua strada?
Forse da piccolo, quando mi feci regalare da mia nonna con i punti fedeltà di un supermercato locale una piccola videocamera. Mi piaceva vedere attraverso lo schermetto ciò che escludevo, ciò che non inquadravo. Mi ha aiutato molto ancora tutt’ora a capire cosa voglio inquadrare, cosa voglio raccontare. Grazie nonna.

C’è per caso un film (o più film) che ti ha “cambiato la vita”?
Potrei star qui a raccontare ore e ore dei milioni di film che hanno cambiato la mia vita. Forse riesco a ridurre la lista a cinque titoli. Beau ha paura – il più recente – è sicuramente uno dei film che ha scatenato in me un senso di cambiamento. L’enorme psicanalisi che c’è dietro l’opera è un qualcosa che mi affascina a ogni visione. Poi c’è tanta voglia di parlare di rapporti personali – a volte molto intimi – in maniera scomoda, cruda.
The Lobster ne è un altro esempio. Quella lettura distaccata e dissacrante, il sesso come imposizione dall’alto, il controllo delle masse.
Certo è che non sarei qui senza Kubrick. Film come Eyes Wide Shut o 2001 odissea nello spazio mi hanno formato molto negli anni. Non potrei mai dilungarmi oltre a parole, poichè di dio non si parla, lo si prega.
Ultimo ma non per importanza, è il più grande regista contemporaneo Paul Thomas Anderson. Il titolo The Frog vuole omaggiare in maniera molto ossessiva quella spettacolare scena di Magnolia in cui piovono dal cielo delle rane.
Quali sono i tuoi modelli?
Non ho ben chiaro se la domanda riguardi modelli nel mondo artistico o modelli di ispirazione di vita.
Se si parla di cinema, mi ispiro molto ai registi che ho citato in precedenza, ma il mio sguardo è anche rivolto non solo a persone ma a realtà artistiche improntate sulla ecosostenibilità dell’industria e sul rispetto reciproco e inequivocabile di ogni singolo individuo. È inutile dire che se, appunto, si parla di industria i concetti sopra citati vengono meno, ma credo con tutto me stesso in un futuro migliore. D’altronde, è sicuramente in nostro potere cambiare lo stato in cui ci troviamo.
Ci sono attori o professionisti in particolare con cui ti piacerebbe lavorare in futuro?
Una delle persone che stimo di più nel campo cinematografico è Luca Marinelli, che considero uno degli attori più importanti a livello mondiale. Mi piace il suo modo di affrontare i progetti ma soprattutto la sua duttilità. C’è sempre un Marinelli diverso, un Marinelli nuovo, eppure è sempre lo stesso. Mi piacerebbe molto lavorare con lui in futuro.
Poi ci sono molti artisti musicali con i quali mi piacerebbe collaborare. Sono molto legato alla musica in quanto ho una passione forte per la stessa. Thom Yorke è il mio idolo, tanto finché è una domanda si può sempre sognare, no?
Al momento stai lavorando a nuovi progetti?
Con la mia compagna Ilaria Porritiello, e grazie all’aiuto di molti miei colleghi, abbiamo fondato un’associazione culturale da poco, Terzo Occhio. Vogliamo produrre cinema e vogliamo riportare allo scambio culturale che in Italia – soprattutto in zone periferiche – si è perso. C’è molta gente che conosco che vuole parlare d’arte, vuole discutere di cinema, vuole semplicemente stare insieme. Stiamo lavorando anche per questo.
In più, una delle prossime produzioni dell’associazione sarà proprio il mio prossimo corto, del quale posso dire ancora ben poco, ma c’è un mago che non riesce più a esercitare la sua magia come prima. Non posso dire altro.
Per finire, mi sento di poter affermare che The Frog magari è solo un grosso preambolo e che, forse, la storia ha bisogno di un percorso più lungo.
