L’Aquila Film Festival, Festival del Gran Sasso e il Festival delle Culture sono in marcia per un nuovo anno! Noi di Cabiria Magazine abbiamo incontrato il direttore artistico, Federico Vittorini, che ci ha raccontato un po’ cosa significa organizzare e vivere il Festival in generale e la sua esperienza personale.

Ti va di raccontarci un po’ della storia dell’Aquila Film Festival, com’è nato e com’è stato portarlo fino alla diciassettesima edizione?
L’Aquila Film Festival non è nato come lo vediamo oggi. Infatti, ha preso forma in un paesino nella periferia dell’Aquila, Preturo, dove io e un gruppo di ragazzi abbiamo deciso di fare una rassegna di cortometraggi da far girare durante le vacanze di Natale all’interno del paese. Da questa iniziativa, è venuta fuori l’idea successiva in cui abbiamo iniziato a coinvolgere l’Accademia dell’Immagine. Ricordo bene ancora il 3 e il 4 gennaio 2003 quando abbiamo avuto come ospite Piercesare Stagni, poi Presidente dell’Abruzzo Film Commission. Il primo film proiettato è stato un documentario. Mi piace ricordare come casualmente, in quella primissima edizione di ventidue anni fa, già era stata presente la montagna che poi ho declinato – perché del gruppo storico sono rimasto solo io – nel Festival del Gran Sasso. Quel sogno di ragazzi di vent’anni che volevano fare qualcosa di diverso, alla fine, è riuscito nell’organizzazione di qualcosa, che pur distante dall’idea iniziale, si è trasformata nel corso del tempo in un prodotto finale di qualità. Da lì, ci furono due o tre edizioni di questo genere, sempre all’interno del paese e poi cambiò in Corto L’Aquila presso il Cinema Don Bosco, che era il punto di riferimento dei cinefili aquilani di quegli anni. Ci si radunava lì per le rassegne, spesso animate anche dal giornalista Antonio Di Muzio – veramente un luogo importante per la mia generazione. A sua volta, nel 2007 Corto L’Aquila, il festival del cortometraggio, cambiò forma e divenne L’Aquila Film Festival unendo in un solo evento i cortometraggi, i documentari e i lungometraggi. In questa forma però, ci furono giusto due edizioni e poi il terremoto del 6 aprile 2009 ci ha costretti a una riorganizzazione sia personale, sia di comunità. I primi anni dopo l’evento traumatico, appoggiandoci precedentemente al Cinema Massimo e al Cinema Don Bosco, hanno visto la difficoltà della mancanza dei luoghi storici del cinema a L’Aquila. Il multisala Movieplex fortunatamente ci ha accolti, avendo riaperto subito le porte. Abbiamo avuto qualche edizione lì, poi all’Auditorium di Renzo Piano e infine, al Palazzetto dei Nobili. Nel corso degli anni, da un festival vero e proprio si è passati a un festival diffuso, un incrocio tra un festival e un cineforum, in modo tale da potersi riadattare. Si lavora ancora oggi per cercare di ripristinare il pubblico, la comunità di cinefili che si è dispersa nel corso degli anni; ma soprattutto allora, perché L’Aquila era deserta e chi c’era lottava per riavere quell’identità che gli era stata strappata. I festival del 2015 e del 2016, vedendo il centro storico in un primo moto per rigenerarsi, hanno dimostrato che la comunità aquilana rispondeva positivamente. Il festival diffuso, il fare quindi sempre attività e il suo essere “nomade” – come ha ben definito la professoressa Ornella Calvarese qualche anno fa – è stata un’esperienza fortunata, oltre che per l’appunto necessaria. Gli amanti del cinema dell’Aquila hanno iniziato a ricongiungersi. Ancora oggi si vedono e si vivono gli effetti positivi di quella scelta.
Pensi che questa “ricostruzione”, a cui fai spesso riferimento, sia compiuta per quanto riguarda la comunità cinefila e la ricezione del festival nell’attuale L’Aquila?
Il percorso di cui parlavo prima è tutt’altro che compiuto. C’è ancora molto da fare, così come la ricostruzione. Essendo tutto in divenire, mi chiedo effettivamente se qualcosa si compia mai, se ci sia un punto di arrivo effettivamente. Ancora oggi, procediamo per tentativi e si sperimenta meditando, volta per volta, sui risultati. Ritengo che il lavoro sia comunque ancora molto, partendo dalla necessità di uno spazio fisico dedicato al festival. Mancando questo, la progettualità è difficile. Essere “nomadi” è romantico, ma non sempre funzionale e riesce a colpire il pubblico e i finanziatori. Sarebbe utile avere un luogo per portare gli ospiti in uno spazio dignitoso così da poter vivere a 360 gradi l’esperienza di cinema (per lo più di proiezione e di fruizione). Oggi, il Palazzetto dei Nobili è uno spazio bello, centrale effettivamente e il pubblico più affezionato inizia a sentirlo come familiare, ma è chiaro che abbia delle limitazioni.
C’è un disegno che segui per la costruzione del programma del festival?
Sì assolutamente, dagli anni 2015, 2016, 2017 che le cose hanno iniziato a stabilizzarsi, abbiamo scelto delle formule da seguire. Prima di tutto, si è formato il gruppo di lavoro. Siamo cinque membri stabili. Lavoriamo tutti in sinergia sulle stesse linee. Lo stesso vale per il finanziamento, ad oggi costante. Si basa tutto su tre linee progettuali principali: L’Aquila Film Festival al quale da quattro anni si è affiancato l’Abruzzo Film Industry da quattro anni, come evento interno allo stesso, che ha la sua conclusione verso la terza settimana di novembre; L’Aquila Film Festival è un contenitore dove rientrano le varie categorie di concorso, le rassegne, la proiezione di opere prime, i documentari. Vede anche il coinvolgimento delle scuole e dell’università e del Maxxi L’Aquila. Gli altri due progetti sono un po’ degli spin-off: il Festival del Gran Sasso, che nel 2024 ha raggiunto la decima edizione e il Festival delle Culture che è arrivato alla sesta edizione. Queste sono le tre linee, ma ogni anno possono assumere forme diverse e specifiche. Per il Festival del Gran Sasso prende forma l’estate quando ci spostiamo “in villeggiatura” sul Gran Sasso, cercando di valorizzare nel modo più ampio possibile a livello culturale – non solo cinematograficamente parlando – i suoi luoghi meravigliosi. Il Festival delle Culture è venuto fuori dopo una crescita dell’iniziativa di L’Aquila Social Film Festival. Accoglie persone straniere e si concentra sulla marginalità nel territorio aquilano. Vuole dare spazio e voce a chi solitamente non ce l’ha.

Quali sono stati i cambiamenti migliori introdotti nel corso delle varie edizioni e perché?
Dopo il terremoto, come ti dicevo, l’idea vincente è stata quella del festival diffuso. Per non ricordarsi del cinema solo i dieci giorni del festival, ma di avere settimana per settimana eventi per mettere di nuovo insieme i pezzi. Ricordo la prima edizione dopo il terremoto, di dicembre 2009, quando abbiamo invitato diversi registi, di cui alcuni lavorarono anche a L’Aquila – tra gli altri fu ospite anche Paolo Sorrentino – la città non rispose, ma questo perché la città non c’era più. Le esigenze erano diverse. Abbiamo capito che dovevamo essere ordinari e non straordinari: inserirci in un contesto di quotidianità con una festa conclusiva finale del lavoro annuale. Un altro cambiamento importante è stato quello di stabilizzarsi sulle tre idee progettuali che dicevo prima. Infine, essenziali sono il rapporto con le scuole e l’Università degli Studi dell’Aquila (ormai da dieci anni) e quello con il Maxxi dell’Aquila (da due/tre anni).
Com’è una “giornata tipo” di un direttore artistico nel periodo del festival?
Come puoi immaginare, sono giornate di inferno. Abbiamo uno staff di cinque persone, ma non si è mai sufficienti per gestire tutto il lavoro. Quando invitiamo ospiti soprattutto, gestire l’accoglienza è sempre complicato. Arrivando da tutta Italia e da tutto il mondo, si creano un po’ di difficoltà. Così come la gestione del pubblico. Sono cose che durante l’anno con i tempi dilatati si riescono a gestire in cinque, ma nei giorni proprio di L’Aquila Film Festival, essendo limitati i tempi, è veramente difficile. Una sovrapposizione di cose da fare e imprevisti, com’è normale che sia dopotutto. Un’altra cosa è l’organizzazione degli spazi che, non essendo “nostri”, all’ultimo momento possono cambiare. Per esempio, l’anno scorso al Palazzetto dei Nobili, in contemporanea al nostro evento in sala interna c’era una mostra di fotografia negli spazi del corridoio e nei Sotterranei..
Qual è il ricordo più bello, legato a una delle edizioni del festival, al quale proprio non puoi rinunciare?
Fortunatamente ce ne sono diversi. Vorrei condividere i primi due che mi vengono in mente, ma dividerei per film e per ospiti. Ricordo con piacere la lectio magistralis di Toni Servillo quando è riuscito a tenere gli occhi di moltissime persone puntati su di lui, parlando di arte, di cinema e di teatro. Una presenza scenica e una personalità incredibile. Lui ha fatto tre interventi, ma questo ultimo a cui mi riferisco, è stato veramente magico. L’altro, essendo io amante della montagna e del Gran Sasso, è legato ai cinquant’anni del film Continuavano a chiamarlo Trinità dove, nel 2021, abbiamo invitato Terence Hill. Abbiamo festeggiato con molte persone entusiaste, con travestimenti legati al film. Sono stati tutti pazzi per Terence Hill!

Puoi darci qualche anteprima sui progetti futuri sul quale si sta ragionando per le prossime edizioni?
È un momento molto delicato perché è da sei anni che stiamo lottando per avere un nostro spazio, che sia realmente nostro. Quindi sicuramente, la cosa più grande per il futuro è continuare questa battaglia per avere un luogo di riferimento, per passare a una nuova fase del festival che sia di stabilità, e di conseguenza di miglioramento progettuale. A L’Aquila non ci sono moltissimi spazi e laddove ci sono, ci sono non poche difficoltà con i privati. Secondo me, sarebbe necessario meno attaccamento alle cose materiali ed economiche rispetto l’esigenza reale di ricomposizione della comunità della città e anche un senso di gratitudine nei confronti della città stessa.
Abbiamo assistito nelle varie edizioni del festival, alla grande partecipazione dei luoghi di istruzione, come scuola secondaria e università, come pensi che il cinema possa influenzare le nuove generazioni? Come ti immagini che L’Aquila Film Festival appaia loro?
Credo che in qualunque campo il rapporto con le nuove generazioni sia importante. Non avrebbe senso pensare e progettare per le edizioni future se non riuscissimo ad arrivare a loro. Da diversi anni organizziamo PCTO e progetti nelle scuole. Rappresenta “un’alfabetizzazione cinematografica” fondamentale per i ragazzi. Prima di tutto, per aiutarli nel loro rapporto con l’audiovisivo sempre più importante nei nostri tempi e poi, per avvicinarli al cinema, non solo al cinema di intrattenimento che conoscono e frequentano, ma anche e soprattutto, al cinema di cui ci si innamora davvero. Da quando abbiamo avviato questo tipo di progetti, già solo per il fatto di essere presenti, abbiamo riscontrato una sorta di ringiovanimento del pubblico. Nei primi anni dopo il terremoto, il pubblico che riuscivamo a recuperare aveva per lo più i capelli grigi. Oggi ci sono anche i giovani, per cui evidentemente abbiamo avuto colpo!

