Tutti ricorderanno il grande Alberto Sordi che, facendo il gesto dell’ombrello, prendeva in giro, insieme ai suoi amici, alcuni lavoratori. Tale scena leggendaria, dunque, fa parte del lungometraggio I Vitelloni, realizzato nel 1953 da Federico Fellini (e scritto insieme a lui da Ennio Flaiano e Tullio Pinelli) e che a suo modo ha fatto la storia del cinema italiano.
Prima di osservare più da vicino tale film, occorrerebbe fare alcune considerazioni sul cinema felliniano, al fine di poter contestualizzare meglio il tutto.

Quando pensiamo a un regista come Federico Fellini (probabilmente uno dei cineasti italiani maggiormente apprezzati – ed emulati – in tutto il mondo), infatti, è impossibile non pensare a tutto il ricco immaginario che egli è riuscito a costruire nel corso della sua lunga e prolifica carriera.

Se, infatti, nel corso del tempo, scene oniriche, ambienti circensi e personaggi alla costante ricerca di sé stessi che sembrano muoversi quasi a mo’ di fantasmi per le strade della città sono diventati praticamente il suo marchio di fabbrica, ripensando alle origini del suo cinema, vediamo come, nonostante la presenza di tematiche ben precise, almeno visivamente i suoi primi lavori si differenzino sostanzialmente da quello in cui si sarebbe successivamente trasformato il suo leggendario stile.

Eppure, ciò non vuol dire che i primi film da lui realizzati non siano degni di nota. Al contrario. Già dalle sue prime esperienze dietro la macchina da presa, infatti, il regista di Rimini ha mostrato grande personalità e idee molto chiare.

Ed ecco che finalmente arriviamo al nostro I Vitelloni, suo secondo lungometraggio (dopo Lo Sceicco bianco, realizzato appena un anno prima). Qui, dunque, come già accennato, sebbene le influenze del Neorealismo siano ancora palpabili, troviamo non uno, ma tanti personaggi “spaesati” all’interno di un mondo che sta cambiando e che ancora non sanno bene cosa aspettarsi (e, soprattutto, cosa vogliono) dal loro stesso futuro.
Proprio come sovente accade, appunto, anche ai protagonisti dei suoi lavori successivi.

I Vitelloni, dunque, ci racconta le vicende di un bizzaro gruppo di amici, giovani, ma non più giovanissimi, che invece di pensare a cosa vogliono diventare e a come costruirsi una vita propria, preferiscono crogiolarsi nel dolce far nulla, spesso viziati dalle proprie famiglie, e scappando costantemente dalle loro responsabilità.

Fausto (impersonato da Franco Fabrizi) è un dongiovanni che ha da tempo una relazione con Sandra (Leonora Ruffo), sorella del suo amico Moraldo (Franco Interlenghi), ma quando è costretto a sposarla, dal momento che la ragazza è incinta, egli non perde occasione per tradirla, preferendo stare in giro con gli amici invece di prendersi cura di lei e di lavorare.

Alberto (Alberto Sordi, appunto) è invece un giovane apparentemente allegro e spensierato, che vive con sua mamma e sua sorella e viene mantenuto esclusivamente da quest’ultima, l’unica in famiglia a percepire uno stipendio.

Leopoldo (Leopoldo Trieste) rincorre il sogno (impossibile) di diventare un commediografo e, infine, Riccardo (impersonato da Riccardo Fellini, fratello del regista) è, probabilmente, il personaggio che resta maggiormente in disparte, ma che sembra comunque seguire le orme dei suoi amici.

I Vitelloni, dunque, è una gustosa commedia dal retrogusto amaro, che oltre a divertirci con le malefatte dei giovani protagonisti, ci mostra innanzitutto il forte senso di spaesamento dei giovani all’interno di un’Italia in cui il boom economico promette (forse) di far presto dimenticare il recente conflitto bellico.

Per scoprire cosa si vuole nella vita bisogna innanzitutto imparare a conoscere sé stessi. Ma per far ciò, bisogna innanzitutto assumersi delle responsabilità. E se questo forte desiderio di divertirsi nascondesse la paura di soffrire di nuovo? Cosa accadrebbe se, improvvisamente, però, ci si rendesse conto di quanto la propria vita sia vuota?

La scena in cui Alberto, al termine di una festa di Carnevale, inizia a interrogarsi sulla propria vita, è, in tal senso, particolarmente degna di nota. Riusciranno i nostri eroi, dunque, a trovare la propria strada? Un treno in partenza significa molto. Chissà dove porterà.