Le interviste a registi famosi rilasciate a colleghi o a critici importanti sono diventate un genere letterario autonomo prezioso per capire la tecnica e la poetica degli autori intervistati.
Il fenomeno si è imposto anni fa con la lunga intervista fatta da Truffaut a Hitchcock rivelatrice dei segreti del maestro del brivido film dopo film e adesso si ripete con il libro-intervista  a cura del critico Giovanni Grazzini Federico Fellini-Intervista sul cinema ristampato il mese scorso dalle edizioni Il Saggiatore in occasione del centenario della nascita del regista riminese dopo la prima edizione uscita nel 1983.

Si tratta di una conversazione durante la quale Fellini ripercorre i momenti fondamentali della sua carriera artistica con frequenti divagazioni sulle tappe della sua vita in provincia e a Roma ricche di notizie sulla visione del mondo del regista e di aneddoti divertenti ricordati su garbata sollecitazione di Grazzini con tono informale e spesso di complice intesa.
Dagli esordi come disegnatore di vignette per il giornale satirico Marc’Aurelio, alle sue collaborazioni come sceneggiatore con Rossellini, all’affermazione come regista con I vitelloni e con La strada fino ai capolavori La dolce vita e 8 ½  e infine alle opere della maturità  Amarcord, E la nave va, Casanova la filmografia felliniana viene ripercorsa con abbondanza di dettagli sui tempi, i modi e i luoghi di lavorazione dei film da un set esterno all’altro fino all’approdo al famoso Teatro 5 di Cinecittà diventato la sua seconda casa.
Nel frattempo scorre una galleria dei suoi collaboratori artistici tra cui Ennio Flaiano e Bernardino Zapponi  per la sceneggiatura e Nino Rota per la musica, senza dimenticare i ritratti dei suoi attori preferiti Giulietta Masina, Marcello Mastroianni, Anita Ekberg  e Claudia Cardinale. Tra i tanti ricordi legati alla sua infanzia  Fellini evoca più volte il Cinema Fulgor di Rimini dove da ragazzino scoprì le comiche di Charlot e di Buster Keaton oltre ai tanti western americani con in testa quelli di John Ford da lui amati in modo particolare, quel Fulgor evocato in immagini anche in molte scene di Amarcord.

Tra le tante riflessioni elaborate da Fellini nel libro una riguarda il valore che hanno per lui i sogni e i ricordi, una presenza costante nel suo cinema che risente dell’influenza avuta sul regista della teoria psicoanalitica di Jung appresa da un allievo italiano dello studioso svizzero e preferita al metodo di Freud (“Freud è un insegnante che mi schiaccia con la sua competenza e la sua sicurezza, Jung è un compagno di viaggio, un fratello più grande, un saggio, uno scienziato veggente, che mi sembra presuma meno di sé e delle sue meravigliose scoperte”) In sintesi tale preferenza junghiana è dovuta al fatto innegabile che “Freud vuole spiegarci ciò che siamo, Jung ci accompagna sulla porta dell’inconoscibile e lascia che vediamo e comprendiamo da soli”(pag.131), insomma ai sintomi di Freud il nostro Fellini preferisce i simboli di Jung, quei simboli e archetipi individuali e collettivi di cui sono disseminati tutti i suoi film dal primo al’ultimo.
Per Fellini il cinema non deve registrare una realtà preesistente ma deve crearne una nuova in modo da “far concorrenza al padre eterno” e questo è possibile soltanto con le risorse date dalla fantasia e dall’immaginazione da lui considerate il più alto livello di intelligenza. Coerente con queste premesse è il rifiuto di trarre film dai romanzi e la preferenza accordata ai soggetti originali, come afferma in un’altra preziosa riflessione: ”Un’opera d’arte nasce in una sua unica espressione, trovo mostruose, ridicole, aberranti queste trasposizioni..credo che il cinema non abbia bisogno di letteratura, ma soltanto di autori cinematografici, cioè di gente che si esprima attraverso i ritmi, le cadenze che sono particolari del cinema” (pag.24). Se il cinema deve essere l’arte del sogno,allora Fellini resta tra i più grandi registi della storia del cinema mondiale come lo sono stati  i registi da lui preferiti Welles, Kurosawa, Bergman, Kubrick e Bunuel ( talchè con la loro morte è forse morto anche il cinema stesso).

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