Basta piattaforme, basta smartphone e basta Netflix. L’insofferenza di tutti verso queste alternative di fruizione filmica a cui ci ha costretto la pandemia in atto cresce sempre di più dopo un periodo di rassegnata accettazione, una insofferenza simile a quella degli studenti che reclamano il ritorno alle lezioni in classe visto il fallimento della didattica a distanza.

Per gli spettatori rientrare nel cinema vuol dire non solo poter tornare nelle sale per le quali il cinema è nato ma vuol dire anche poter tornare dentro i film che scorrono sul grande schermo. Entrare dentro i film significa non soltanto vederli, ma anche viverli in prima persona grazie a quei processi psichici di identificazione e proiezione che si attivano in noi nel buio della sala dal momento in cui lo schermo si illumina per aprirci la porta della fantasia.
Questa magia, raccontata in film celebri come La rosa purpurea del Cairo di Woody Allen e prima ancora da Sherlock Junior di Buster Keaton, viene oggi replicata in Labyrinth of Cinema visto al recente Far East Film, un film dove il regista giapponese Nobohiko Obayashi ci mostra i tre protagonisti seduti in un cinema del loro villaggio che entrano dentro lo schermo e attraversano momenti chiave della storia e dei film del suo paese grazie a una sorta di “macchina del tempo” che produce un colorato spettacolo pop tra surrealismo e fantasy e questo per dimostrare, come dice la voce off di un famoso poeta nazionale, che “i film sono sogni e i sogni sono film” (ma la stessa dinamica era stata in fondo già alla base in chiave spettacolare del sottovalutato Last Action Hero – L’ultimo grande eroe girato da John McTiernan nel 1993 dove grazie a un biglietto magico un bambino viene proiettato nel mondo del suo eroe salvo poi doverlo riportare nella realtà per salvarlo dai cattivi).

Editoriale-di-Angelo-Moscariello-Rientrare-nel-cinema-
Se è vero, come hanno riconosciuto illustri psicologi, che il cinema inteso come fruizione collettiva possiede un grande effetto compensatorio rispetto alla miseria della vita quotidiana, allora chiudere i cinema vuol dire condannare le persone alla depressione e alla solitudine, vuol dire dunque condannarle al lockdown della mente. Rinunciare a una cena al ristorante è meno dannoso che rinunciare alla visione condivisa di un bel film proiettato sul grande schermo, esperienza che nutre lo spirito di bellezza e di conoscenza (questo almeno per quanti si rifiutano di venir assimilati a quelli che in un suo aforisma Leonardo definisce “non essere altro che transito di cibo e di sterco”).

L’entrata dentro lo schermo raccontata in forma mediata nei film citati è la stessa esperienza che in fondo viviamo noi ogni volta che ci capita di vedere uno di quelli che una volta si chiamavano “filmoni”, film intramontabili come Lawrence d’Arabia e Il ponte sul fiume Kwai capaci di farci vivere sul piano emotivo e sensoriale le stesse sensazioni provate dai personaggi sullo schermo e dei quali abbiamo una grande nostalgia in questi tempi di cinema ristretto e distanziato.