L’odierno ritorno sul grande schermo del personaggio di Rambo a dieci anni di distanza dal quarto capitolo della serie intitolato John Rambo suggerisce una riflessione sull’eroe e sul pubblico che lo ha amato a partire dalla sua prima apparizione nel lontano 1982.

In questo nuovo Rambo-Last Blood  l’eroe lo ritroviamo, ormai invecchiato e segnato nel corpo e nello spirito, spinto di nuovo a scendere in campo da una sua personale scelta morale ma questa volta per ragioni  affettive e non più per motivi patriottici (liberare una giovane nipote da una rete di malviventi messicani dediti allo sfruttamento della prostituzione). Egli torna ad essere la macchina di guerra che era stato in passato e si impegna a distruggere i cattivi mosso da un’ira funesta che vede il suo io civilizzato regredire a spietato giustiziere in una serie di scene di atroce crudeltà che rasentano lo splatter. Il fallimento nell’impresa di salvare la nipote scatena in Rambo il riemergere di quella pulsione di morte, causata dai traumi subiti tanti anni prima in Vietnam, la quale aveva imparato a controllare in un compromesso con il principio di realtà.

Editoriale di Angelo Moscariello. Il ritorno di Rambo

Dunque, quello che vediamo è un eroe tragico dalla mente disturbata risucchiata da fantasmi mai rimossi simboleggiati sul piano della scenografia dal labirinto di cunicoli difensivi da lui costruito sotto il ranch nel deserto dove trascorre i suoi ultimi giorni. Il finale amaro che  Stallone riserva al personaggio di Rambo è di segno contrario a quello positivo da lui immaginato per l’altro se stesso incarnato da Rocky Balboa nella coeva serie di  film dedicati al campione di pugilato. La diversa evoluzione psicologica dei due mitici eroi moderni esprime una dicotomia nell’identità dell’attore-regista Sylvester Stallone divisa tra un polo positivo e uno negativo, tra speranza e pessimismo alimentati volta per volta da circostanze storiche o personali. Pur rozzo nella fattura ai limiti della serie B questo ultimo Rambo-Last Blood  è un’opera di sofferto scavo interiore a dispetto del genere action movie entro cui si colloca e della violenza estrema cui si abbandona nella seconda parte.

La buona accoglienza avuta dal film negli Usa e ora anche in Italia dimostra che il grande pubblico è stanco dei supereroi virtuali e digitali derivati dai comics a partire dall’inizio degli anni 2000 e nutre nostalgia per quelli umani troppo umani dalla spiccata creaturalità del ventennio precedente quali appunto Rambo e Rocky (e anche il malconcio ma ironico poliziotto McClane interpretato da Bruce Willis nella serie Die Hard) i cui corpi rocciosi si stagliano come pilastri sullo schermo. Verso essi noi proviamo immediata empatia divisi come siamo tra quello che vorremmo essere e quello che ci troviamo ad essere nella sfera pubblica e in quella privata. Se Rambo continua  ancora a piacerci anche quando francamente esagera vuol dire che abbiamo bisogno di guardare in faccia il male contro la negazione di esso oggi  operata dalla retorica dilagante  di una nuova arcadia culturale secondo la quale saremmo tutti buoni con tutti, ovviamente soltanto a parole (quella retorica ipocrita e spesso criminale contro la quale il merito innegabile di Rambo-Last Blood  resta quello di offrirci se non altro un efficace antidoto seppur politicamente scorretto).

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