Dopo l’avvento del digitale il cinema è tornato spesso a rievocare come esso era fatto una volta quando il suo supporto era costituito dalla pellicola proiettata sul grande schermo della sala immersa nel buio.

Accanto a queste operazioni nostalgia va segnalata anche la fedeltà alla vecchia pellicola mostrata da grandi registi come Tarantino e Soderbergh che non si sono voluti arrendere al dominio del digitale da essi ritenuto letale per il cinema.
Su questa linea di resistenza va adesso collocato anche l’ultimo film del regista cinese Zhang Yimou dal titolo programmatico One Second,un’opera di ampio respiro dove il noto gusto epico dell’autore si coniuga con una dimensione fiabesca sullo sfondo di una cruciale pagina della storia del suo paese.

Il film racconta di come un uomo riesce a fuggire da un campo di lavoro in epoca maoista per raggiungere il cinema di un villaggio dove si proietta un documentario dove appare per un solo secondo l’immagine della figlia che non vede da anni. La ricerca di questa sola immagine spinge l’uomo ad affrontare mille difficoltà, non ultima quella di  recuperare la bobina di pellicola nel frattempo rubata da una bambina per ricavarne una lampada.

La fisicità della pellicola si vede e si tocca nelle varie fasi del montaggio e della proiezione effettuata da un vecchio operatore a beneficio di un pubblico incantato dalle immagini che passano sullo schermo (come accadeva in Nuovo Cinema Paradiso).
Il regista dedica la sua opera “a tutti quelli che amano i film” convinto del potere che hanno i fotogrammi di fermare il tempo e convinto anche che “c’è sempre un film in particolare che si ricorda per tutta la vita”.

Godard diceva che

“il cinema è la verità ventiquattro fotogrammi al secondo”

e in questo film di Zhang Yimou basta un solo secondo per illuminare l’intera storia pubblica e privata di un popolo. Questo grazie alla magia alchemica dell’emulsione di nitrato d’argento della vecchia pellicola, una magia che oggi il cinema ha perso in quanto sostituita dalla freddezza numerica e impoetica del piatto digitale.
Basta un secondo di un film come One Second per farci capire quello che abbiamo perso e che forse non ritroveremo più.