In pieno clima estivo, quando il caldo è sempre più torrido e non è ancora arrivato il momento per una vacanza, sdraiarsi sul divano può essere una piacevole alternativa per combattere la canicola.
Mentre l’immaginazione dello spettatore volge alla ferocia de Lo squalo che infesta le acque attorno l’isola di Amity, nell’universo cinematografico sono tantissimi i film in cui la stagione estiva fa da sfondo.

Dai drammi ai thriller, dalle commedie agli intriganti polizieschi, ci sono storie che sono entrate nell’immaginario comune diventando fenomeni di culto, oltre che veri e propri ricordi di gioventù.
Quindi perché no?! Perché non concedersi qualche famoso lungometraggio?! Basta scegliere…

Weekend con il Morto

Con il titolo originale di Weekend At Bernie’s, Weekend con il Morto è il secondo film diretto da Ted Kotcheff, che dopo Rambo si cimenta in una una grottesca e buffonesca storia che esce nei cinema nel 1989 ed oggi è disponibile sulla piattaforma di Prime Video.

I due amici Larry Wilson (Andrew McCarthy) e Richard Parker (Jonathan Silverman) lavorano a New York come impiegati presso una grossa compagnia assicurativa. Entrambi scoprono una truffa all’interno dell’azienda e decidono di avvertire il loro capo Bernie Lomax (Terry Kiser), che pianifica di invitarli nella sua casa al mare per eliminarli. In realtà è proprio Bernie a morire per mano di un sicario del Boss Vito (Louis Giambalvo) e ad essere ritrovato dai due ragazzi che decidono di far credere a tutti che Bernie sia ancora vivo. Attraverso una serie di peripezie il sicario impazzisce credendo la sua vittima immortale e i due amici cercano di tirarsene fuori.

Con Weekend con il Morto, Kotcheff passa dall’action più puro alla commedia farsesca.
Il film sfrutta dei meccanismi dell’inverosimile per amplificare ogni suo aspetto comico, il risultato è un prodotto inevitabilmente figlio di quell’ultimo strascico di anni Ottanta.

Il duo Larry/Richard funziona bene. Entrambi interagiscono tra loro e con ciò che gli accade, tenendo testa ai numerosi equivoci. Si ritrovano incastrati dal loro stesso capo, che però viene a sua volta accoppato da un socio poco raccomandabile. I due protagonisti sono ignari fino all’ultimo e la vena di cinismo che riempie i momenti “con Bernie il morto” scatena un caos all’insegna dell’ilarità. Lo spettatore è divertito dalla semplicità della narrazione e dall’effetto grottesco.

Nonostante Weekend con il Morto sia stato citato in più di un’occasione, basti pensare alla celebre serie How I Met Your Mother di Bays e Thomas, si nota quasi subito l’ironia fisica.
Tutto è tattile, il morto è quasi come una bambola di pezza sballottata di qua e di là, e rappresenta in piccolo uno stralcio della società dei ricchi Yuppies che indossavano bretelle tenendo sempre tra le dita una sigaretta.

Stand By Me

Non avevo ancora tredici anni quando vidi un essere umano morto

Inizia così Stand By Me, il film adattato dal racconto di Stephen King, dal titolo Il Corpo, e contenuto nella raccolta Stagioni Diverse.

Stand By Me è diretto da Rob Reiner, lo stesso di Harry Ti Presento Sally (1989) e Misery Non Deve Morire (1990), ed esce nel 1986.
Oggi disponibile su Sky e Now TV, il film è una garbata narrazione che affronta l’amicizia, la crescita e il rapporto con se stessi.

L’ormai adulto Gordie Lachance (Richard Dreyfuss) inizia a ricordare la spensieratezza e l’innocenza perduta a Castle Rock, nell’estate del 1959.
Proprio allora Gordie (Will Wheaton) insieme ai suoi amici Chris (River Phoenix), Teddy (Corey Feldman) e Vern (Jerry O’Connell) decise di allontanarsi da casa per due giorni e andare alla ricerca del cadavere di Ray Brower, morto dopo essersi allontanato per raccogliere mirtilli nella foresta.
Attraverso un lungo cammino, fatto di racconti attorno al fuoco e ricerca di se stessi, i quattro ragazzi troveranno il corpo, ma dovranno tenere testa alla banda dei Cobra e al loro capo Asso Merrill (Kiefer Sutherland). Alla fine la scelta più accettata sarà una chiamata anonima alla polizia e Gordie porterà con se il ricordo di quell’estate narrandola nel suo libro.

Stand By Me è una storia estremamente fruibile che tocca le corde di un sentimentalismo nostalgico legato ad una fase della giovinezza ancora acerba e speranzosa.
Il ricordo e l’amicizia sono i due fili conduttori dell’intera narrazione, tenuti da un Gordie divenuto ormai adulto. Un intero flashback portato avanti dalla voce fuori campo del protagonista che, divenuto scrittore si sente ancora legato a quell’estate in cui lui e i suoi amici cercarono il corpo di Ray Brower.

Nonostante Stand By Me sia tratto dal racconto del re della letteratura horror, c’è da dire che qui non vi è traccia di paure recondite e terrore per il soprannaturale. Lo spazio è riservato alla riflessione, al ricordo, alla ricerca di una propria dimensione e al pensiero di diventare grandi.
Stand By Me è un film su cui lo spettatore riflette pensando ad un’epoca differente e meditando con tenerezza sui legami propri di un’amicizia disinteressata e di una giovinezza che vede con occhio disinteressato.

Moonrise Kingdom

Uscito al cinema nel 2012, è il settimo film diretto da Wes Anderson e presentato alla 65esima edizione del Festival di Cannes. Moonrise Kingdom è la rappresentazione di un mondo in cui i piccoli si allontanano per amore e gli adulti agiscono come fossero ancora dei ragazzi.

Estate del 1964, la narrazione inizia dall’interno della casa di Bishop (Bill Murray) e signora (Frances Mc Dormand), mentre la macchina da presa scorre laterale e in sottofondo si sente una variazione musicale sul tema di Henry Purcell. La storia è già abbastanza poetica, e ad accentuare il tutto è la corrispondenza tra Sam Shakusky (Jared Gilman) e Suzy Bishop (Kara Hayward) che decidono di fuggire insieme seguendo il loro percorso sull’isola di New Penzance.
Dopo esser stati ritrovati nella baia (da loro chiamata Moonrise Kingdom), Suzy viene riportata a casa mentre Sam resta col capitano Sharp (Bruce Willis) in attesa che la risoluta addetta dei servizi sociali (Tilda Swinton) vada a prenderlo. Non passa molto tempo che i due ritentano la fuga, questa volta aiutati da un gruppo di compagni scout di Sam. Arrivati entrambi nella stessa chiesa in cui si erano incontrati per la prima volta, Sam e Suzy salgono sul tetto per non essere separati dagli adulti. Alla fine tutto si sistemerà con l’aiuto del capitano Sharp…

In Moonrise Kingdom la macchina da presa si muove orizzontalmente, si allontana e poi si stringe sui volti dei protagonisti. L’inizio è un veloce ritratto della famiglia Bishop e dei rapporti tra i suoi membri. La distanza è percepibile tra i genitori e fin da subito si delineano i caratteri di ogni personaggio che vediamo.
Gli adulti sono di contorno e sono abbastanza nevrotici; sono portatori sani di ansia e complicazioni sentimentali. Basti pensare al padre di Suzy che è investito da depressione per colpa del legame tra la moglie e il capitano.
I veri protagonisti sono i più piccoli, in cui spiccano Sam e Suzy. Due preadolescenti problematici e innamorati, che fuggono da adulti disfunzionali per dedicarsi solo a sentirsi bene insieme.

Il narratore (Bob Balaban) fornisce allo spettatore informazioni su ambientazione e tempo. Egli è una voce che scandisce le tempistiche della storia e che contribuisce a conferire un tono quasi fiabesco all’intero film.

Tutto è rappresentato con l’inconfondibile stile di Anderson. Anche se i colori sono meno saturi e vividi rispetto al solito, la scelta degli ambienti così come il viraggio al giallo ricorda lo stile gradevolmente vintage frutto del “midcentury design”.
Moonrise Kingdom è un delizioso film in cui l’estetica conferisce maggiore fascino alla storia di un amore giovanile autentico.

The Beach

In un’ottica di mistero e dramma si posiziona The Beach. Il film diretto da Danny Boyle, uscito nei primi mesi del 2000, è tratto dal romanzo scritto da Alex Garland che si intitola L’Ultima Spiaggia. Il premio Oscar (per The Millionaire) porta sullo schermo una storia in cui sono mostrati i dettami di un’ipocrisia che affonda le radici nella società moderna.

Il giovane Richard (Leonardo Di Caprio), durante un viaggio a Bangkok, viene a conoscenza dell’esistenza di un’isola incontaminata e misteriosa dove vengono coltivate grosse quantità di cannabis. Richard incontra casualmente Françoise (Virginie Ledoyen) ed Étienne (Guillaume Canet), una coppia che soggiorna nel suo stesso hotel, e che egli convince a partire. Una volta approdati nel paradiso naturale, i tre giovani scoprono una vera e propria comunità che alberga l’isola da qualche tempo. Sull’isola, Richard si interfaccerà con delle esperienze negative che lo porteranno ad un passo dalla follia

The Beach dissemina qua e là alcuni momenti di suspense atteggiandosi a thriller, mentre è molto più focalizzato verso il dramma e la temporanea perdita di se stessi. I protagonisti vivono un breve periodo di appagamento di fronte ad una comunità, che per un attimo sembra riconoscere i valori dell’uomo, ma l’armonia è destinata a durare poco.

Sal (interpretata da una magnifica Tilda Swinton) è colei che ha il controllo di un microcosmo in cui si aggira prontamente e falsamente la realtà. L’idea, secondo Sal di non “inquinare” l’isola con altre persone, si inserisce all’interno di un pensiero secondo cui altri estranei potrebbero rovinare l’armonia dell’isola.

The Beach gioca continuamente sul concetto della contaminazione, ma basta poco a comprendere che la comunità è molto più simile alla società di quanto possa sembrare.
Il profondo senso di ipocrisia domina, lasciando morire un membro del gruppo invece che portarlo sulla terra ferma. Dietro l’idea di preservare l’isola si posiziona la follia di Richard, ovvero il momento in cui deve accertarsi che non ci siano ingressi indesiderati. La scena in questione è caotica rispetto all’intero film e avremmo potuto anche fare a meno della “realtà da videogame” che rende troppo stravagante una scena che è già di per se drammatica.

Complessivamente The Beach, nonostante non sia il migliore tra i film diretti da Boyle, rimane un interessante “adventure cult”.

Point Break

Perché essere servo della legge quando puoi essere il padrone

dice uno spavaldo Bodhi all’agente Johnny Utah per giustificare la possibilità fare ciò che si vuole.

Point Break è un cult d’azione uscito nel 1991 e diretto da Kathryn Bigelow (The Hurt Locker). Sfruttando la classica dinamica della caccia del gatto al topo, Point Break racconta l’indagine svolta dal novello agente FBI Johnny Utah (Keanu Reeves) – aiutato dall’agente più anziano Angelo Pappas (Gary Busey) – per catturare una banda di rapinatori che ogni anno terrorizza la città di Los Angeles. Alla luce della teoria di Pappas, secondo cui i rapinatori sarebbero certamente dei surfisti, Utah si infiltra nell’ambiente incontrando prima Tyler Endicott (Lori Petty) e successivamente Bodhi (Patrick Swayze) e i suoi compagni. Quest’ultimo diventerà amico di Johnny prima di scoprire le sue vere intenzioni e ostacolarlo in tutti i modi per evitare l’arresto.

Point Break è un action che ripercorre i canoni di un poliziesco rude.
La storia non si sviluppa solo tra le strade della metropoli, ma anche sulle spiagge californiane e tra le onde dell’oceano, i personaggi sono sempre irruenti e spacconi e il clima è rovente.

La Bigelow dirige un film in cui il machismo è più ridimensionato rispetto alle pellicole poliziesche di quegli anni. Il personaggio di Johnny non è una macchina da assalto, è un semplice giovane uomo che convive col suo forte desiderio di emergere per bravura.
Dall’altro lato Bodhi è più impetuoso, furbo e con un atteggiamento quasi autodistruttivo.
Tra i due si delinea un legame, una sorta di amicizia che prolifera finché si tratta di cavalcare le onde o di cercare l’adrenalina paracadutandosi da un aereo, Utah si lascia affascinare da un mondo che per lui era sconosciuto e patisce, per alcuni momenti, il carisma di Bodhi che segue solo le sue regole.

Con inseguimenti che arrivano fino allo stremo delle forze e rapine compiute con le maschere dei presidenti americani, Point Break è un poliziesco in cui anche il personaggio femminile si guadagna il suo spazio. Tyler passa da mezzo (che sfrutta Utah per entrare nel gruppo di surfisti) a donna da salvare, oltre che ostaggio adoperato da Bodhi per garantirsi la fuga. L’ampia interazione tra i personaggi arricchisce di molto la storia che si contorna delle mirabolanti acrobazie surfistiche di Bodhi e compagni. Point Break è un cult d’azione che non ha nulla a che fare col remake diretto da Ericson Core, in cui si perde il diretto scontro tra i due e la fascinosa filosofia del surf che tanto attira l’agente FBI.

Tre Uomini e una gamba

Una commedia che si diverte a citare un breve sequenza del film della Bigelow è Tre Uomini e una Gamba.
Uscito nel 1997 e diretto da Aldo, Giovanni e Giacomo e Massimo Venier, il film è un comico e trascinante racconto di un’avventura on the road per le strade dell’Appennino. Da Milano verso la Puglia.
Aldo, Giovanni e Giacomo, custodi della scultura di inestimabile valore (in reltà il falegname di Giovanni potrebbe farla meglio con 30.000 Lire) a forma di gamba scolpita dall’artista americano Garpez, attraversano lo Stivale per il matrimonio di Giacomo, durante il lungo viaggio i tre amici si imbattono in molteplici imprevisti: uno tra tutti l’incidente d’auto con Chiara (Marina Massironi), che entrerà a far parte del gruppo per quei pochi giorni sufficienti a far innamorare Giacomo.

Tre Uomini e una Gamba è ricco di humor e contornato da una lieve malinconia data dal senso di insoddisfazione dei protagonisti. La comicità spontanea e con tratti slapstik del trio si inserisce perfettamente sia nel contesto del viaggio dove non mancano inserti mutuati dal loro repertorio teatrale come il celeberrimo Dracula del Sud Italia e “l’enigma della cadrega” o Biglietto Amaro il film che i protagonisti guardano in sala e che ironizza sulle situazioni tipo del neorealismo.

Non solo rimandi al teatro, ma anche citazioni di film come l’omaggio alla partita di calcio in spiaggia di Marrakech Express, che i tre eroi giocano perdendo la gamba finita nelle mani di un gruppo di manovali nordafricani. È proprio questo il momento in cui i protagonisti devono agire di soppiatto creando la loro personale banda di presidenti come in Point Break: indossano le maschere di quattro ex capi di stato, stavolta italiani (Pertini, Cossiga, Scalfaro e Lotti).

Attraverso una storia estremamente semplice, il trio comico dà vita ad un film che a distanza di venticinque anni mantiene il suo meritatissimo spazio nella filmografia comica italiana di buona fattura e ottima qualità narrativa.