In quasi 40 anni di carriera e in 9 film, Kathryn Bigelow ci ha raccontato la ricerca della libertà e le catene di un mondo tirannico.

Kathryn Bigelow, nel corso della sua luminosa carriera, si è imposta a Hollywood, macrocosmo di produzioni affidate soprattutto a uomini, come una regista capace di parlarci dei paradossi della nostra epoca, della lotta dell’individuo contro le regole più tiranniche della società e della conseguente violenza che ne scaturisce.
Una vita spesa dietro la macchina da presa a cucire storie dove il viaggio dell’uomo per raggiungere il miraggio della libertà deve fare spesso i conti con ta solitudine, le tentazioni e i problemi di una società ingiusta e opprimente.

La sua autorialità si è sviluppata attraverso i generi più disparati, dalla fantascienza, all’heist movie, dal cinema bellico alle spy-stories fino al thriller più puro e alle ricostruzioni storiche.
Nonostante queste produzioni artistiche molto differenti tra loro, la Bigelow è rimasta sempre coerente con sé stessa e ha dimostrato di avere una sorprendente capacità di superare il genere e di riscriverne alcune regole, adattando il suo stile di regia e gli elementi visivi alla funzionalità della narrazione, senza perdere mai di vista il suo personale percorso.

Kathryn Bigelow: la passione per eroi giusti, ribelli, ma solitari 

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Il primo tratto distintivo che accomuna i film della Bigelow è il suo amore per i ribelli, i solitari, coloro che (per caso o per scelta) si ritrovano improvvisamente di fronte ad un bivio e realizzano quale gigantesca gabbia sia la società moderna.
La società, o meglio il sistema, è il nemico più pericoloso: è una sorta di orrendo mostro che cerca di incasellare, definire, di imprigionare il libero arbitrio e rendere tutte uguali le vite delle persone. 
Questa tematica è molto evidente nella pellicola di fantascienza Strange days. Il film del 1995, scritto dall’ex compagno della Bigelow James Cameroon, in modo profetico e raffinato, ha descritto le problematiche legate all’empatia nella società post-moderna, togliendo la patina di entusiasmante ottimismo circa la tecnologia come salvezza dell’umanità. L’evoluzione tecnologica è sempre declinata a nostra immagine e somiglianza, segue sempre le strade del proibito e dell’egoismo; lo SQUID, il fantomatico dispositivo mediante il quale rivivere esperienze altrui, e perno del film, altro non è che l’anticipazione del sadico piacere di usare gli altri, che oggi è comune nei social e nella realtà virtuale e interattiva. Il ribelle in Strange days è Lenny Nero, che rifiuta ed insieme usa questo dispositivo, è la vittima resiliente della società: è conscio di essere schiavo del sistema, ma in lui si accende la fiamma del rifiuto e quindi è spinto all’azione, sia per sé stesso che per tutti gli altri.

Point Break (1991), vedeva un poliziotto (Keanu Reeves) a poco a poco abbracciare la dimensione eversivo-anarchica di una banda di surfisti rapinatori, indocili all’ideale di vita “borghese” e in lotta contro gli schemi della società. Il “Punto di Rottura” del titolo è proprio quel cavalcare l’onda infinita della libertà  totale ed estrema, che è preclusa dalle regole e dalle imposizioni della collettività. 

I ribelli per la Bigelow, sono quelli che permettono al mondo di andare avanti e di progredire, tra gli ultimi esempi di questa poetica c’è sicuramente Jessica Chastain (Maya Lambert), agente della CIA protagonista di Zero Dark Thirty. La giovane e caparbia Jessica agisce secondo l’istinto fuori dai burocratici passaggi e andando contro le regole si allinearsi all’imprevedibilità del terrorismo che combatte per catturare lo sceicco del terrore Osama Bin Landen.

K-19, The Hurt Locker e Detroit: la violenza è un linguaggio universale e condizionante

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Nel cinema della Bigelow, contaminato spesso da grande romanticismo, vi è la perfetta e lucida coscienza del fatto che la violenza è un tratto distintivo ed eterno dell’uomo, insito nella sua natura. Il come si reagisca ad essa è al centro di tre sue pellicole: K-19, The Hurt Locker e Detroit.
In queste opere la violenza viene mostrata sia come fatto privato sia come evento culturalmente e storicamente collettivo.

La marina, l’esercito e la polizia hanno sostanzialmente lo stesso volto, la faccia della forza brutale che viene istituzionalizzata, forte del potere e della gerarchia.
In K-19, il sottomarino sovietico, che nel 1959 per poco non provocò un disastro nucleare, è teatro di uno scontro tra paura e ragione, tra disciplina e caos, in cui proprio la violenza, alla fine, decreta chi è il più forte.

In The Hurt Locker, senza dubbio il miglior war movie del XXI secolo, la violenza diventa un fatto quotidiano, una compagna fedele per i soldati trasformati in macchine di morte alle quali poi si chiede il ritorno a casa e alla normalità, come se niente fosse accaduto. Reagire alla violenza in uno scontro bellico è qualcosa che la Bigelow descrive come esclusivamente privato, soggetto al percorso morale di ognuno.

Detroit ci mostra invece la dimensione politico-istituzionale della violenza, la prepotenza che corre sui manganelli dei poliziotti calati sulle teste degli emarginati, degli ultimi, che hanno come unica colpa quella di voler entrare in un sistema precluso da ragioni razziali. Potere contro individui innocenti, nello scontro entrambe le parti ricorrono alla rabbia, ma i forti sono legittimati ad usare violenza, giustificati solo dal loro essere dominanti.

Per Kathrin Bigelow la violenza è il linguaggio del potere, ma al tempo stesso è l’elemento che ci rende umani, che ci spinge a migliorare la nostra condizione.

Una femminilità rabbiosa e oppressa

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Lontana da facili pietismi e da una dimensione narrativa retorica o abusata, Kathryn Bigelow è riuscita a parlarci della condizione femminile in modo straordinario: anche qui ritorna la tematica della ribellione, che però non è semplicemente contro la società consumistica, ma contro un mondo di uomini che fanno della prevaricazione e del sessismo un mantra.
Blue Steel del 1990 (abbastanza incompreso a suo tempo) è sicuramente il più efficace e calzante esempio di ciò. Jamie Lee Curtis è una poliziotta che si trova assediata da un mefistofelico Ron Silver, simbolo della cultura machista e sessista degli anni 80 e dell’America Yuppie.

La polizia e le istituzioni si fanno allegoria della società e volendo anche di Hollywood stessa, c’è bisogno di donne caparbie come le protagoniste di Blue steel e  di Zero Dark Thirty, figure palesemente in minoranza e messe in disparte perché donne, vessate dai colleghi e superiori uomini che le trattano con sufficienza, ma che, faticando dieci volte di più rispetto ai colleghi maschi, riescono a farsi valere e a far sentire la propria ruggente voce.

Il già citato Strange Days, vede la femminilità declinata nella sua accezione più passiva e in contrapposizione anche quella più attiva. La Faith Justin di Juliette Lewis, perfetto esempio di femme fatale stile noir classico, si lega ad un uomo di cui è succube per convenienza e per necessità. A costei, la Bigelow contrappone un personaggio tra i più rivoluzionari ed interessanti del cinema degli anni 90: la Mace Mason di Angela Bassett, una donna che per essere indipendente è dovuta diventare una guerriera. Entrambe però combattono con armi diverse la stessa lotta contro un’umanità totalmente senza morale e  controllo, che gode del loro dolore e della loro agonia, come succede nella realtà dall’alba dei tempi.

Filmografia di Kathrin Bigelow

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