Il regista Kevin MacDonald, firma un’opera di forte impatto sulla tragedia dei prigionieri di Guantanamo.

The Mauritanian è incentrato sulla storia di Mohamedou Ould Slahi, una delle più tragiche e note tra quelle di chi è stato costretto a vivere dentro quel regno del dolore che risponde al nome di Guantanamo.
Originario della Mauritania, un passato da studente e residente in Germania e Canada, Slahi nel 2002 venne accusato di essere un terrorista, arrestato illegalmente ed in seguito internato presso il carcere di Guantanamo. Vi rimarrà per quattordici anni, senza neppure mai venire incriminato ufficialmente, venendo sottoposto a torture e privazioni terrificanti.
Le prove contro Slahi (interpretato da Tahar Rahim) risiedono in un breve passato di mujaheddin ai tempi dell’invasione sovietica e nell’avere un ex membro di Al-Qaeda come cugino. Successive indagini dei servizi segreti canadesi e tedeschi non avevano evidenziato un benché minimo coinvolgimento in alcuna organizzazione terroristica. Tutto inutile perché, come The Mauritanian fa capire benissimo, una volta entrati nel mirino dell’intelligence americana, non se ne esce mai più.
A cercare di aiutare il giovane ingegnere, saranno infine la determinata avvocatessa Nancy Hollander (Jodie Foster, premiata con il Golden Globe) e a sorpresa il procuratore militare incaricato, il Colonnello del Marines Stuart Couch (Benedict Cumberbatch). Assieme lotteranno contro il mare di menzogne e disprezzo per la verità che hanno determinato la straziante prigionia di Slahi.

The Mauritanian non è il primo film che cerca di approfondire le dinamiche inerenti alla “Extraordinary Rendition”. Con tale termine, si intende la cattura e la deportazione totalmente illegali di soggetti, presso centri di detenzione di uno stato straniero, come fece in passato il Mossad nei confronti di diversi criminali di guerra nazisti. Tuttavia dopo l’11 settembre, l’amministrazione Bush la fece diventare una prassi, con cui evitare processi e l’onore della prova per tenere la custodia di chiunque fosse sospettato di essere un terrorista. La base di Guantanamo a Cuba, stipata di prigionieri in tuta arancione, diventò agli occhi del pubblico americano, la prova che il Presidente ed il suo staff stavano vincendo contro Al-Qaeda.

In passato film come The Report, Camp X-Ray o Rendition, hanno mostrato non solo il totale disprezzo per il diritto internazionale alla base della “Extraordinary Rendition”, ma anche cosa abbia significato esserne coinvolti per centinaia di persone, spesso totalmente innocenti.

Il film di MacDonald sviluppa la sua trama seguendo una struttura con numerosi flashback e un ritmo discontinuo, in cui il punto di vista di Slahi viene sottolineato dall’uso frequente di soggettive e primissimi piani. Spesso l’insieme diventa volutamente straniante, grottesco, la realtà si unisce alla fantasia più oscura, a sottolineare il clima allucinante e da incubo che quest’uomo è stato costretto a conoscere per moltissimo tempo.

Il principio alla base della macchina di spionaggio messa in campo dagli Stati Uniti, con la complicità dei loro alleati (ivi compresa l’Italia) qui viene mostrato nella sua mostruosa stupidità: il sistema, i servizi, la CIA, sono infallibili per definizione, di conseguenza chi arriva a Guantanamo è certamente colpevole e deve pagare confessando e dando informazioni a tutti i costi. La tortura? Gli Stati Uniti non torturano, semplicemente esercitano delle “pressioni indirette” sul soggetto, al fine di piegarne la reticenza.

Tali “pressioni” The Maurtianian le mostra nei dettagli più terribili: waterboarding, privazione del sonno, digiuni forzati, costrizione a stare in piedi o in posture dolorose per periodi lunghissimi di tempo, esposizione estrema a caldo e freddo, musica assordante senza sosta, umiliazioni sessuali ed ogni tipo di abuso e minaccia.
Se Zero Dark Thirty, Kathryn Bigelow aveva in un certo senso giustificato tale pratica ai fini di un bene superiore, The Mauritanian invece ci ricorda come la tortura sia assolutamente inutile ai fini investigativi, oltre che immorale: per far cessare il dolore, un uomo confesserà qualsiasi cosa, anche la più assurda. Tale logica conclusione, ancora oggi viene rifiutata dal mondo militare americano, che nel film di MacDonald ha nel Colonnello Couch uno dei pochi baluardi di moralità, rettitudine e rispetto degli stessi ideali e principi che i suoi camerati a Guantanamo infrangono ogni giorno.

Sia Couch che la legale Hollander si aggirano increduli dentro un universo in cui all’onere della prova si sostituisce la cieca obbedienza e un palese disprezzo per l’Islam, Guantanamo, diventa il luogo in cui l’America sfoga la propria frustrazione sul primo corpo disponibile.
Jodie Foster fa della suo personaggio, un instancabile segugio avvolto da una scorza di durezza e determinazione feroce, quasi un simbolo della rabbiosa coscienza civile americana, la stessa che dai tempi del Vietnam, si batte senza sosta contro le degenerazioni di un paese che rinnega i suoi ideali con indifferenza.
The Mauritanian soffre sovente della regia un po’ troppo eccentrica di MacDonald, che cerca forse di compensare i difetti di una sceneggiatura che non osa quanto potrebbe rendendo talvolta l’insieme come privo di ambizione.

Tuttavia, al netto di questi difetti, il film è sicuramente coinvolgente, soprattutto grazie all’interpretazione intensa e mai forzata di Tahar Rahim.
Colpisce la sensibilità con cui l’attore franco-algerino è riuscito a rendere credibile il progressivo viaggio dentro il terrore e l’incertezza di Slahi, che ha avuto ben quattordici anni della sua vita portati via senza alcun reale motivo.

Il pubblico più preparato coglierà magari degli isolati omaggi al Papillon con Steve McQueen o a l’Isola dell’Ingiustizia di Marc Rocco, ma la realtà è che le prigioni, per i nemici della società e del sistema, si sono sempre assomigliate. L’Occidente è sempre prodigo di alibi per se stesso, pronto ad infrangere le stesse regole e principi, che tanto declama di voler difendere e condividere.
Ed è questa la terribile, fredda verità storica che il film ci costringe ad abbracciare, mentre sul finale scorrono le immagini di repertorio di Slahi, che fu forte abbastanza da perdonare i suoi carnefici, usciti impuniti anche dalla tanto decantata Presidenza Obama. L’impero non è cambiato, non cambia mai.