Non possiamo nemmeno immaginare di vedere un film di Terrence Malick su un televisore, o, peggio ancora, sullo schermo di un computer. Già, perché, di fatto, il celebre regista statunitense ci ha “viziato” già dagli inizi della propria carriera con immagini di grande, grandissimo impatto visivo, dall’estetica curata e impeccabile e da una fotografia ricercata (basterebbe solo pensare, a tal proposito, alla fotografia di Nestor Almendros in I Giorni del Cielo) che va a completare l’intera opera.
Non ha avuto molta fortuna, a tal proposito, La Vita Nascosta (2019), suo decimo lungometraggio, uscito in sala, dopo la presentazione al Festival di Cannes, proprio a ridosso della pandemia da Covid-19, che ne ha significativamente limitato la distribuzione, relegandolo alle diverse piattaforme di streaming.

Eppure, nonostante ciò, ci rendiamo immediatamente conto di come questo La Vita Nascosta sia visivamente accattivante (questa volta, la fotografia è stata affidata all’altrettanto talentuoso Jörg Widmer), all’interno di una messa in scena in perfetto stile Terrence Malick, come andremo ad analizzare più avanti.
La storia qui raccontata, dunque, è quella dell’obiettore di coscienza austriaco Franz Jägerstätter (beatificato da Papa Benedetto XVI nel 2017 e qui impersonato da August Diehl), il quale vive una vita idilliaca insieme a sua moglie Fani (Valerie Pachner) a St. Radegund, nel distretto di Braunau (lo stesso che ha dato i natali ad Adolf Hitler, per intenderci).
La sua quotidianità, tuttavia, verrà brutalmente stravolta nel 1938, in seguito all’annessione dell’Austria al Terzo Reich. Che fare, dunque? Schierarsi a favore dei nazionalsocialisti o restare fedeli a sé stessi e ai propri ideali, rifiutando categoricamente di seguire l’ideologia e le direttive del folle Hitler? Franz non ha alcun dubbio in merito, e immediatamente si schiererà contro la dittatura. Ma quali conseguenze avrà questa sua decisione?

Nel realizzare questo importante La Vita Nascosta, dunque, Terrence Malick ha preannunciato una sorta di “ritorno alle origini”, soprattutto per quanto riguarda lo stile narrativo e di messa in scena adottato. Ma sebbene tale promessa non sia stata, di fatto, mantenuta, ciò a cui ci troviamo di fronte è un’opera imponente e maestosa (non soltanto per quanto riguarda la sua durata di quasi tre ore).
Un’opera che punta indubbiamente molto (ma non tutto) sulla sua potenza visiva (com’è stato anche per gli ultimi lungometraggi dell’autore, anche qui ampi spazi aperti e vertiginosi grandangoli trasmettono immediatamente un forte senso di claustrofobia e di spaesamento), ma che, tramite un mai banale flusso di coscienza, traccia un’esaustiva analisi sulla morale, sulla banalità del male e, più in generale, sull’animo umano.

Momenti di normale, felice quotidianità, dunque, ben si alternano a scene brutalmente drammatiche attraverso un sapiente gioco di flashback e flashforward. Una voice over ci accompagna durante tutto il corso della visione (spesso – ed è questa forse l’unica vera pecca di tutto il film – doppiando eccessivamente le immagini). E man mano che ci si avvicina al finale, ecco che un riuscito crescendo fa da prezioso valore aggiunto per l’intero lungometraggio.
Siamo d’accordo: un regista come Terrence Malick o lo si odia o lo si ama. Il suo personalissimo stile (divenuto nel corso degli anni sempre più marcato e che ha dato vita, talvolta, a opere non proprio riuscite) può avere per molti spettatori un effetto respingente. Eppure, giocare con tutte le possibilità che la nostra amata settima arte ha da offrirci porta anche a questo.
Considerando un lungometraggio come il presente La Vita Nascosta, possiamo affermare senza paura di esagerazione alcuna che esso rappresenta un fortunato ritorno del grande Malick, dopo una serie di lavori che hanno fatto storcere il naso anche ai suoi più affezionati estimatori.
